Busso con energia, getto un occhio attraverso i vetri, nessun segno di vita. Tiro fuori il volantino, controllo l'indirizzo, tante volte mi fossi sbagliato. No, è giusto, ristorante la Pampa. L'orario pure, o meglio, l'appuntamento era per mezz'ora fa. Ho chiamato un paio di numeri al cellulare, spenti o fuori copertura. Sto per tornare indietro quando nel vestibolo, dove campeggia il bancone del bar, si accende una luce. Dall'interno del locale sbuca una figura, è Pablo Gomez il gestore. Mi sbraccio da fuori la porta come una marionetta, lui mi riconosce. Viene da me, gira la chiave e apre. "Ciao" mi guarda strano. "Sono venuto col taxi, la macchina mi ha lasciato per strada." La scuola di ballo va una merda, Patrizia s'è data una settimana fa -  dice che accanto desidera un uomo con il lavoro stabile, perché la crisi, il futuro, eccetera -  ci rimaneva soltanto lei, la mia Skoda verde acqua. "È saltata la cinghia di distribuzione."   "Vieni, entra" si scosta e mi lascia passare. "Mi è preso un accidente quando ho letto che era chiuso." Con tutti i ristoranti argentini che imperversano in città, ad Albano Laziale lo dovevate scegliere, giusto per complicarmi la vita, ho impiegato un'ora e mezza solo per coprire dieci chilometri di Appia Nuova. "Martedì faccio il riposo settimanale" non mi schioda di dosso quello sguardo dubbioso. "Ho aperto per la festa." In effetti c'è gente, dal retro filtra un discreto casino, sento uno che urla e un coro di risate tipo osteria. L'olezzo di carne alla brace è un trapano che mi buca le narici, per decontaminare i vestiti ci metterò una settimana. Lo seguo verso la sala interna, oltrepasso la soglia e mi tranquillizzo. Metà dell'androne è sgombra, i tavoli sono stati uniti per formare, in prossimità della parete, un'unica mensa rettangolare intorno alla quale stanno seduti i miei colleghi maestri, il corpo docenti al completo. La prima volta che ci riuniamo tutti quanti, argentini e italiani, per celebrare l'anniversario di questa giornata storica, il trenta settembre del duemilanove, data in cui l'Unesco, durante un'assemblea tenutasi ad Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti, dopo aver mediato i pareri espressi da più di quattrocento esperti intergovernativi ha deciso, unanime, di proclamare il tango argentino patrimonio culturale intangibile dell'Umanità. Sfodero un sorriso da réclame e mi avvicino alla chiassosa brigata, sul tavolo vedo allineate un numero imprecisato di bottiglie di vino, molte già vuote. Nei piatti avanzano tracce d'antipasto, Empanadas, il menù argentino inizia sempre da loro. Meglio così, la carne non me la sono persa. Quando mi nota, Hernan Ballesteros si alza in piedi di scatto, recupera il bicchiere colmo di vino tinto e lo solleva verso di me. "Un brindisi al grande maestro italiano… Mario Sabbatini!" Tutti quanti alzate le coppe e bevete in mio onore, che accoglienza, mi fate vergognare. "Grazie, ragazzi" se fossi l'uomo di gomma, un'allungatina e vi circonderei tutti con un solo abbraccio. "Scusate il ritardo." Faccio il periplo del tavolo e, uno per uno, stringo le mani dei convitati. Pedro Alvarez, Ricardo Rodriguez, Gabriel Montaño, Luis Firpo, Paco Veron, Carlos Linares, Antonio Coen, Marcelo Saenz, ci siete tutti, o meglio, voi argentini ci siete tutti. Quelli che mancano all'appello sono i colleghi italiani, che è successo, saranno rimasti intrappolati pure loro nel traffico in uscita da Roma, bella figura che ci facciamo coi porteños. Sebastian Gavito, Carlos Arce, Manuel Moyano. Sto per completare il giro quando accanto a Hernan Ballesteros noto un volto che non mi aspettavo -  quella donna là, coi capelli corti ricciolini stile betty boop, bocca carnosa, vestito rosso -  e ci resto folgorato.   "Tu conosci a Geraldine?" mi fa Hernan Ballesteros. "Io, io…" la voce mi si spegne nella gola, la mano che fino a un istante fa arpionava le altre con virile sicurezza ora è pervasa da un tremore incontrollabile. "En… encantado." "Mucho gusto" mi lancia un sorriso pieno di cortesia. Non ci credo, Geraldine, io e te seduti allo stesso tavolo, che ci fai qui in provincia di Roma, tu dovresti stare a Buenos Aires, tu che sei la leggenda vivente, la numero uno. Si narra che nel mondo terracqueo siano pochi quelli che riescono a ballare un tango intero appiccicati a te senza svenire per l'emozione. Ti vedo in pista e gli atomi del mio corpo si sciolgono in una specie di marmellata primordiale, ho esaminato con attenzione ogni tuo video, fotogramma per fotogramma, se solo sapessi ballare l'uno per cento di come balli tu mi considererei il tanguero più fortunato del pianeta. "Geraldine è in tournée, in Europa" mi spiega Hernan Ballesteros. "Visto che passava di qua, l'abbiamo invitata alla festa." "Ah, bene" sono emozionato, vorrei uscirmene con qualcosa di più impegnativo ma non riesco a esprimermi oltre le due parole. "Domani torna in Argentina." Geraldine approva e continua a sfornare quei sorrisi che mi lasciano senza respiro. "Parli italiano?" mi faccio coraggio e le pongo questa domanda dal profondo valore filosofico. Lei si stringe nelle spalle, solleva la mano e accosta l'indice al pollice. "Molto poco." "Ah, che peccato…"  Tu non parli italiano, io non parlo spagnolo, che bella conversazione si prospetta. Comunque non te lo dico che a Buenos Aires non ci ho mai messo piede, quasi mi vergogno, in tutta Roma sarò rimasto l'unico fra i maestri. Ogni anno dico che ci vado, mi collego speranzoso ai siti delle compagnie aeree e realizzo che non è cambiato nulla, né i prezzi dei biglietti né il rosso del mio conto bancario. "Pónte comodo, Mario" taglia corto Hernan Ballesteros. "Se no ti perdi anche la carne." A dire il vero non c'è un buco libero, gli argentini stanno ammassati gomito contro gomito, non c'entrerei manco se mi trasformassi in una lisca di pesce. "Pablo, por favor!" grida verso la cucina, un istante dopo il muso affumicato del gestore si sporge nella sala. "Prepara un tavolo al nostro amico." Pablo Gomez dice di sì con la testa, esce dal suo antro trasportando un tavolino quadrato, se lo porta in giro fino a piazzarlo nell'angolo più lontano. Mi fa segno d'avvicinarmi, lo raggiungo a passo svelto. "Che mi metti da solo?" "Là non c'è posto" stende una tovaglia di carta, l'alliscia con le sue manate lapidarie. "Ma gli altri dove sono? Gli italiani, dico." Prendi piatti e posate dalla credenza là vicino, ecco qua, il coperto è pronto. Mi autorizzi ad accomodarmi. "Loro si vedono in un altro posto. Non lo sapevi?" "Come..." "In pizzeria." "Ma il volantino..." me lo cerco nelle tasche, non lo trovo più. "Alla fine hanno deciso così." "Gli argentini da una parte e gli italiani dall'altra?" Scrolla le spalle, non ci trova niente di strano. "E adesso che faccio? Ci ho messo due ore per arrivare." "Visto che ci stai, tanto vale che rimani" reitera l'invito con la mano, poi se ne va in cucina.   In effetti mi conviene restare, ho il sapore della benzina ancora impresso sul palato, di rimettermi in quel taxi proprio non ho voglia, magari per tornare in città scrocco un passaggio. Mi siedo. A parte gli argentini che fanno un baccano infernale, intorno a me ci sono solo vacche, belle rubiconde e cogli sguardi materni. Pascolano beate su questa pianura verde sconfinata, la Pampa per l'appunto, che una mano sconosciuta ha spennellato sui muri del salone a formare un unico immenso affresco. Sarà per merito suo che gli argentini li vedo così a loro agio, si passano le bottiglie di mano in mano, neanche stiamo al secondo e già veleggiano sullo sbronzo andante. Che ci voleva a ricavare un po' di posto e a infilare pure me intorno a quel tavolo. Sono anni che sogno d'incontrare Geraldine in un posto che non sia lo schermo di un computer o un televisore, ora che il genio della lampada esaudisce il mio desiderio, che me la ritrovo in carne e ossa nello stesso ristorante argentino, qua ad Albano Laziale, sono costretto a starmene zitto e buono. Non so che succede, m'illudo sempre che sia un periodo passeggero, ogni volta dico che ho toccato il fondo, poi mi sporgo un po' e scopro che il burrone continua. Pablo Gomez rientra in sala come un lampo, sui palmi della mani regge due vassoi dall'aria bollente, deposita il primo a un estremo della tavolata, mezzo giro e molla il secondo in posizione speculare. Li seguo nel loro percorso accidentato verso il centro, le forchette che s'impennano in aria e calano rapaci sul cumulo di bistecche, lombate e costillas. Pochi istanti e ognuno dei commensali è impegnato a spolpare il suo tocco di carne sudamericana. Pablo Gomez travasa rimasugli da una fiamminga all'altra, poi quella con la carne sopra la porta da me. "Ecco qua." Quelli si sono fregati i pezzi migliori, a me, il mangiaspaghetti, hanno lasciato un paio di bistecchine carbonizzate e cinque costolette che c'è rimasto soltanto l'osso. "Cos'è, uno scherzo?" "No, perché?" mi squadra con la fronte increspata. "Mi hai portato gli avanzi!" accentuo il lato allegro della smorfia, l'ultima cosa che voglio è scatenare una crisi diplomatica. Le linee sulla fronte di Pablo Gomez diventano solchi profondi. "Avanzi?" addita il vassoio con l'indice scandalizzato. "Ma se ci sta da mangiare per una squadra di calcio. Sbrigati sennò le porto da loro" gira le spalle e se ne va.  Neanche ho il diritto di protestare, come faccio, è la festa degli argentini e io sono un estraneo. Un po' d'invidia la provo, confesso, se conto gli allievi che vanno a scuola dal più scarso di loro e li metto a confronto coi miei mi viene un attacco di depressione. Loro solo perché hanno il passaporto albiceleste possono permettersi di campare di rendita, si fanno vedere alla prima lezione e dopo mandano gli assistenti. Mentre io sulla casella del tango mi sono giocato pure le mutande, tre anni fa ho mollato l'azienda, i soldi della liquidazione li ho investiti per tirare su la scuola, non mi sono pentito però se mi chiedessero di tracciare un bilancio non saprei che rispondere. Va bene, faccio il lavoro che mi piace, dentro ci metto impegno e professionalità, non è poco, ma certe volte mi sembra di combattere una guerra fra poveri, un altro po' e in giro ci saranno più maestri di tango che allievi. Sono impegnato a sezionare la mia bistecca cancerogena, isolando le parti sane da quelle color antracite, quando il suono furtivo di un bandoneon s'insinua nella sala. Il clamore si placa di colpo,  tutte le orecchie si tendono verso le casse acustiche poggiate sulle mensole. "Tango!" urla Pedro Alvarez squarciando il velo di silenzio. "A bailar el tango!"   La tavolata reagisce con un boato d'approvazione, parte l'ennesimo brindisi mentre la trama musicale si arricchisce di violini e pianoforte. Nido Gaucho, orchestra Carlos Di Sarli. Uno dei commensali balza in piedi come un ghepardo, è Paco Veron. Lui insegna a Roma Sud con sconfinamenti a Ostia, nel tango classico lo trovo un po' moscio, secondo me è nella milonga dove esprime il meglio di sé. Gira intorno al tavolo, si ferma dove sta seduta Geraldine, la mirada da qua è impossibile percepirla, ma il cabeceo lo vedo bene. Un istante dopo lei raccoglie l'invito, Paco Veron se la prende per mano e la conduce nella metà della sala dove hanno levato i tavoli. Smetto di tagliuzzare la bistecca, non mi voglio perdere nemmeno un passo. Quando balli tu, Geraldine, per me non esiste più niente, fame, sete, attraverserei in ginocchio le pampas, quelle a tre dimensioni, se avessi la certezza di ballare un tango fra le tue braccia. Solo che stasera mi hanno sbattuto nell'angolo dei cattivi, prima di me ci state voi, gli argentini. A occhio quanti sarete, venti, meglio che me lo scordo, l'unica possibilità che mi rimane è guardarti, come sempre. Paco non ce la fa a tenerti il passo, è goffo, chissà soltanto lui quante se ne sarà scolate di bottiglie, gli puzzerà l'alito, oddio, che schifo. Difatti alla fine della canzone non ci arriva, a metà del brano si stacca, ti saluta con un inchino legnoso e retrocede barcollando. C'è qualcosa di anomalo in lui, un minimo di euforia me l'aspetterei, cavolo, ha ballato con te. Invece no, sembra come assente, risucchiato nell'antimateria. È Ricardo Rodriguez che raccoglie il testimone, senza chiedere il permesso si lancia in pista. Tu sei sempre là, Geraldine, con la tua bocca sorridente. Le note di Nido Gaucho sono ancora nell'aria, mancano un paio di strofe prima dei rintocchi di chiusura. Cominciate a volteggiare, tutti gli occhi sono puntati su di voi. Ricardo Rodriguez appare più sicuro, si vede che non ha esagerato con l'alcol, o forse è il baricentro che l'aiuta, lui è basso e piazzato, conduce il tango con autorità. Ma quando si appresta a concludere con una posa da teatro, perde in un solo colpo asse ed equilibrio, l'abbraccio si scioglie, agita in aria le braccia tentando invano di rimanere in piedi, non ci riesce, un secondo dopo si schianta col culo per terra. Gli argentini applaudono lo stesso, che sarà mai una caduta. Lui però si rialza imbufalito, ti squadra con sospetto, Geraldine, tu ricambi con quel sorriso. Due su due finora, tutti quelli che ci hanno provato si sono persi per strada. Ricardo Rodriguez è impietrito. Poi arretra verso il tavolo, quando intercetto il suo sguardo dentro ci leggo la stessa miscela di prima, sconcerto e terrore.   Parte un nuovo brano, Verdemar. Hai una tavolata piena di pretendenti, Geraldine, li vedo come fremono, ognuno pronto a tirare fuori il meglio del repertorio per fare la sua porca figura. Tocca a Gabriel Montaño. Da lui non si ammettono errori, i suoi corsi in città sono sparsi un po' dovunque, è il maestro che va più di moda. Piace alle donne, attuale ed esotico allo stesso tempo, i capelli lisci che gli cadono pari pari sulla schiena come un moderno gesucristo, pelle olivastra, guardaroba di prima scelta. Geraldine l'aspetta al centro della pista, lui la raggiunge, si riuniscono in un abbraccio plastico e via. In effetti il passo di Gabriel Montaño è un'altra cosa, si direbbe che gli effetti del vino non l'abbiano neanche sfiorato, cammina con decisione, quasi spavaldo, Geraldine asseconda ogni figura che le propone. Ora decolla coi giri, la sua specialità, inizia a piroettare stile trottola, uno, due, ma al terzo lapis consecutivo che descrive nell'aria, la gamba d'appoggio cede. Una smorfia di dolore intenso gli oscura il volto. Si muove quasi al rallentatore, la postura longilinea degenera in una curva scomposta finché al termine della manovra si accartoccia sul pavimento. Gli argentini balzano in piedi esterrefatti, anch'io di riflesso, il frastuono delle sedie si sovrappone alla musica di Carlos Di Sarli. Uno dopo l'altro i maestri partono come schegge verso la zona della sala dove Gabriel Montaño giace infortunato, gli fanno capannello intorno. L'aiutano a rialzarsi, poi lo scortano claudicante verso il tavolo. Uno sposta una sedia, lo fa accomodare, ne accostano un'altra e con la massima delicatezza ci adagiano sopra la gamba lesionata. Anche Pablo Gomez si è reso conto che qualcosa va storto, sguscia fuori dal suo nascondiglio e raggiunge il resto della compagnia. "Qué pasa?" "La caviglia!" gli risponde Hernan Ballesteros. "Si è storto la caviglia!" "Porta il ghiaccio, presto!" grida un altro. Pablo Gomez ingrana la retromarcia e torna in cucina, dopo un po' riesce ancora più trafelato con un fardello pieno di spigoli che gli pende da una mano. S'inginocchia ai piedi di Gabriel Montaño, gli arrotola la gamba del pantalone e annoda l'impacco intorno al malleolo, ogni volta che stringe, lui reagisce con una smorfia di dolore. È in questo preciso frangente che mi ricordo di te, Geraldine, il mio sguardo salta da una testa all'altra fino a centrarti. Sei rimasta in disparte, nel punto esatto in cui quel tango che prometteva scintille si è interrotto. Sul tuo volto non c'è nulla che somigli al dispiacere, quello che trasuda dai tuoi occhi è un messaggio di sfida, da un tavolo di venti maestri argentini non è ancora uscito fuori un maschio in grado di condurti come esigono le divinità del tango. La musica sfuma, il clima di tensione si tocca quasi con mano. Mi aspetto che il gestore faccia sparire quel cd, sarebbe la mossa più giusta, invece comincia il pezzo successivo. Gallo Ciego, orchestra Osvaldo Pugliese. Dovrei rimettermi a sedere ma non ci riesco. L'ho capito che vuoi, Geraldine, aspetti che qualcuno ti faccia ballare, sul serio dico, mica le barzellette di poco fa. Ripenso a Patrizia che se n'è andata, alla cinghia della Skoda che ha deciso di cedere al chilometro- non-mi-ricordo dell'Appia Nuova. E parto verso di te. Filo rasente al tavolo principale ma nessuno mi nota, sono l'uomo invisibile. Tu sì, però, Geraldine, mi hai inquadrato bene, le hai fiutate le mie intenzioni. Che sono l'unica persona con cui puoi ballare Gallo Ciego. Fra noi due restano pochi metri di spazio vuoto, man mano che i miei piedi ci scavano dentro arrivo a percepire ogni minimo rilievo del tuo volto, quel sorriso che campeggia in primo piano. Mi pianto di fronte a te, concentro mirada e cabeceo in un'unica mossa quasi impercettibile che tu cogli al volo. "Sei sicuro?" "Sì" è una bugia grossa come questo ristorante.    Ti chiedo la mano destra, me la concedi, lasci che ti rinchiuda nel mio abbraccio. Devo resistere tre minuti, ciò che rimane di questo pezzo, tu la leggenda vivente del tango argentino e io il maestro italiano da quattro soldi, quello che a Buenos Aires non è mai andato. Mi distendo in un laterale fluido, entrambi cambiamo di peso, adorniamo, controtempo sul posto e parto di sinistro. All'inizio è solo un vago senso d'inquietudine, mi stupirei del contrario, non sono un pezzo di legno. Poi però la sensazione prende corpo. Panico allo stato puro. L'onda d'urto scatta dai piedi e risale verso le zone alte, dopo un po' mi manca il respiro. Mi concentro sulla musica, in apnea, affondo con energia un passo dopo l'altro come se nuotassi sott'acqua. Non ci sono momenti di tregua, è una sequenza estenuante di colpi di scena, per ognuno di essi ti propongo un enigma diverso, quasi per metterti alla prova, per capire se anche dal vivo sei la regina che ho imparato a conoscere sullo schermo del mio portatile. Funziona, l'aria torna a circolare. Superi ogni aspettativa, Geraldine, là dove la cadenza permette al massimo un boleo, un gancho, riesci a infilarci dentro una scarica di adorni, traspié, come se ciò che per noi umani è il ritmo ordinario tu lo vivessi a velocità di moviola. Scende il silenzio, una cappa che aumenta di peso man mano che procediamo lungo il cerchio ideale, i commenti si spengono uno dopo l'altro, percepisco il rintocco isolato di un bicchiere poi, a parte il fruscio dei nostri corpi, quiete assoluta. Fino alle due battute del finale, Gallo Ciego lo concludiamo così, massima distensione, se li potessi vedere di profilo, i nostri corpi descriverebbero un'unica curva ininterrotta. Nessun applauso, gli argentini se ne stanno immobili ai loro posti che sembra di guardare l'affresco dell'ultima cena. Ce l'ho fatta, dentro di me sento una voce che urla, un alter ego che a forza di battere le mani se le sta spellando. Ho ballato un tango con te, Geraldine, dall'inizio alla fine. Mi tuffo nel nero intenso dei tuoi occhi, dentro vorrei trovarci una risposta, ma sono venuto da te senza domande, andava fatto e basta.   "Ti muovi come un argentino" mi sussurri, seria. Non lo so di che colore sto diventando, ho la faccia che brucia, sopra ci potrei friggere le patate.   "Io lo sento cosa vuole la gente quando balla con me." La novità del giorno è che ti capisco alla perfezione, ogni parola che pronunci. "Loro volevano stupirmi" un cenno alla tavolata dei tuoi connazionali. "E io gli ho fatto capire che significa lo stupore." Sì, gli occhi allucinati dei maestri, come se avessero visto un fantasma. "E tu cosa vuoi?" La domanda mi cala addosso tipo colpo di mannaia. "Io?" "Chi balla con me lo fa sempre per un motivo" lo dici con un velo di tristezza. "Non lo so…" "Il motivo vero che hai dentro." Fosse per me io mollerei tutto, la scuola, gli allievi. Farei le valigie oggi stesso e partirei per Buenos Aires, sento una nostalgia che neanche t'immagini, come se ci avessi vissuto in un'esistenza precedente. "Volevo ballare. Punto" ti rispondo con una cavolata qualsiasi. Scuoti la testa, non so che significa, poi ti metti a ridere. "Vieni a cercarmi. Quando vuoi ballare con me." Giri le spalle e senza aggiungere altro te ne torni dagli amici tuoi. Rimango impalato come un manichino. Che vuol dire vieni a cercarmi, io sto a Roma, anzi ad Albano Laziale, mentre tu domani prendi quell'aereo e te ne voli laggiù. Mi dirigo verso il tavolo con la testa piena di nebbia, mi siedo e impugno le posate. La bistecca si presenta ancora più decrepita di quando l'ho lasciata. Provo con le costolette, le rigiro tra le punte di ferro, gli scarni brandelli di ciccia che prima ci vedevo aggrappati si sono sciolti nell'aria. Non ho appetito. Lascio sul tavolo un biglietto da venti, per quello che ho consumato basta e avanza. Mi avvio all'uscita. Fuori trovo un'automobile a motore acceso, è nera con la cappotta gialla. Davanti, dove finisce il parabrezza, porta incastrata una targhetta luminosa con su scritto taxi. Nei paraggi non c'è nessuno, decido che l'ho chiamato io. Salgo a bordo, il conducente è immerso nella penombra, mi scruta severo attraverso il retrovisore. "Andiamo in centro" gli ordino. I suoi occhi continuano a studiarmi, poi una voce rauca. "Buenos Aires è una città un poco grande, señor. Al centro dove?" Mi stringo nelle spalle. "Plaza de Mayo?" mi domanda. Ci penso su. "Va bene. Plaza de Mayo." L'autista ingrana la marcia e sgomma via sullo sterrato. Frano con la nuca sul poggiatesta, un sorriso strano mi fa schiudere le labbra. Usciamo dal recinto de la Pampa. Il taxi imbocca un rettifilo a cinque corsie dove scorre un fiume di macchine. La prua rivolta verso l'oceano di luci che punteggia l'orizzonte. Racconto tratto dalla libro “La donna che ballava (il tango) in senso orario” di Mario Abbati pubblicato dall'editore Terre Sommerse Mario Abbati è nato a Roma nel 1966. Ha pubblicato i saggi “Ipercosmo, la rivoluzione interattiva, dai multimedia alla realtà virtuale”, Eurosma, 1994, e “Manifesto del movimento reticolare”, Musis Roma, 1996. Diversi suoi racconti sono apparsi in antologie cartacee e on-line. marioabb@hotmail.com
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