" Questo è l'ultimo giro che faccio, Monica. O troviamo posto o ti riporto a casa. " Distolgo lo sguardo dalla strada per incrociare il tuo ma non mi degni della minima attenzione.    " Sì, sì " sussurri distratta, gli occhi fissi sui due serpentoni di macchine allineate a cavallo dei  marciapiedi, in mezzo ci rimane un corridoio dove passiamo a malapena.  A quanto pare le lezioni di tango fruttano bene a Ricardo Rodriguez, abita in pieno centro, quella  fetta di Campo Marzio schiacciata fra via del Corso e il lungotevere. Rimediare un buco in  questa zona è peggio che imbroccare un sei al superenalotto, figuriamoci a quest'ora, le cinque  di pomeriggio, coi varchi attivi, i negozi aperti e la gente che rincasa dal lavoro. Che idea  suicida, l'ho fatto solo perché me l'hai chiesto tu, Monica.  " Eccolo! " sollevi il braccio e punti l'indice verso destra.  Passa un istante e vedo accendersi  le luci della retro di una delle auto in  sosta. " Te l'ho detto che l'avremmo trovato  al volo. "  Sì, al volo. Quando siamo arrivati in  zona erano le quattro e mezza e in  questo momento l'orologio del  cruscotto segna le cinque e dieci,  quaranta minuti che giriamo come  scemi. Metto le doppie frecce e mi  blocco al centro della strada.  " Magari abbiamo fatto tardi e  l'amico tuo se n'è andato. "  Schiocchi la lingua. " L'ho chiamato stamattina per  confermare, dà lezioni private fino  alle otto " non mi concedi speranze. " C'ho tutto il tempo per scegliermi le scarpe. " Mi sono sempre chiesto qual è la molla che spinge una donna a segnarsi a un corso di tango  argentino. Per noi uomini la questione è semplice, noi obbediamo a logiche scontate, tendiamo  a frequentare in modo spontaneo gli ambienti a elevata concentrazione femminile. Ci facciamo  piacere le attività più ignobili, perfino i pensieri tristi che si ballano, secondo la definizione  ufficiale del tango attribuita ad almeno dieci personaggi diversi, da Jorge Luis Borges ad Astor  Piazzolla. Le donne invece rispondono a esigenze d'ordine superiore, imperscrutabili. Io c'ho  provato a spiegarmela quest'ossessione smodata per il tango. Saranno i testi che parlano di  storie d'amore combattute, sanguigne, di passioni sfrenate che decadono in tragedia, oppure il  richiamo esotico di una terra poco conosciuta, quella stessa terra che parecchi anni fa spingeva  migliaia di italiani a imbarcarsi su un battello a vapore e attraversare l'oceano in cerca di una  vita decente. Alla fine l'ho capito il motivo reale, è più banale di quanto si pensi. Sono le scarpe.  Una donna s'innamora del tango per le scarpe.   Ne ho spiate a decine  mentre stanno là che se  le scelgono, la risposta  sta in quegli sguardi,  dentro ci leggo un istinto  che trascende le logiche  commerciali della vita  moderna, è una voglia  di possesso che se non  soddisfatta può sfociare  in qualcosa di brutale,  un omicidio, perché no.  Esistono scarpe da  tango anche per uomini,  certo, per renderle  diverse dalle calzature  normali s'inventano  quelle associazioni di  colori un po' bizzarre,  metà bianche e metà  marroni, a strisce  rossonere, col tacco rivestito in peltro per frenare meglio, cazzate, un uomo può ballare tango  con una scarpa qualsiasi, da quelle da tennis ai mocassini aziendali. Una donna, invece, se  sotto il calcagno non c'ha dieci centimetri di tacco, ma di quei tacones là, se l'inclinazione non è  di quell'angolo speciale che sanno misurare solo coi goniometri di Buenos Aires, allora non ha il  diritto di chiamarsi ballerina di tango. Difatti ne conosco un discreto numero che il famoso corso  non l'hanno mai iniziato, ma le scarpe sì che se le sono comprate.   Avanziamo lungo il marciapiede  controllando di striscio i numeri civici.  Ventiquattro, ventisei, ventotto. Una zingara  ci sbarra la strada, è vecchia e malconcia.  Se ne sta inginocchiata per terra, un  fazzoletto che gli avvolge la testa. Quando  la raggiungiamo stende la mano e ci chiede  l'elemosina, noi scendiamo per evitarla e  risaliamo due metri più in là.   Civico trenta, eccoci arrivati. È un  palazzetto giallino di quattro piani immerso  in una specie di giardino pensile, grossi  ciuffi di piante rampicanti ne ricoprono in  parte la facciata, una siepe isola il vialetto interno dalla strada. Ci blocchiamo di fronte a un  cancello verde in ferro battuto, la fascia superiore che termina in una serie di pugnali con le  lame ondulate rivolte verso l'alto. Mi precedi di un passo, il tuo dito fa avanti e indietro sul  pannello dei citofoni, si ferma su un tasto e pigia.   " Quello secondo me se n'è andato " intervengo dopo un po' che tenti.  " Non è possibile… " " C'abbiamo messo troppo per parcheggiare. "  " L'ho chiamato all'ora di pranzo, m'ha detto che c'era. "  " Avrà avuto un contrattempo. "  " Dai, scavalca. " " Come? " " Che ci vuole dai, è basso. "  " Non ci penso proprio. "  " Io senza le scarpe da qui non schiodo. " " Ma quello in casa non ci sta. " " Sarà rotto il citofono " ti sollevi sulle punte dei piedi, sbirci all'interno. Il vialetto costeggia la  facciata principale dell'edificio fino a perdersi nel retro. " Oppure ha alzato il volume della  musica, che ne so. Però c'è, ne sono sicura. " " Aspettiamo un minuto, qualcuno arriverà. "  Mi lanci un'occhiata poco convinta. In effetti abbiamo beccato un momento di calma piatta, a  giudicare dai citofoni qua dentro abiterà una buona ventina di famiglie ma nei paraggi, a parte la  vecchia zingara, non si scorge neanche l'ombra di un cane.   " Scavalchi o no? " insisti. " Senti, Monica, a me sembra un'esagerazione. Io lo capisco che ti vuoi comprare le scarpe,  però a tutto c'è un limite.  " " Come vuoi, se non scavalchi  tu… " ti getti sul cancello e  inizi ad arrampicarti come una  scimmia. " No, dove vai! " t'afferro per i  pantaloni, così finisce che ti  fai male sul serio. " Va bene,  ci penso io. Tu scendi, però. " Ripeti i movimenti all'inverso,  atterri sul marciapiede.    " Stasera inaugurano la  milonga del rio " sibili, lo  sguardo glaciale. " Con le  scarpe vecchie non ci vado. "  Meglio evitare commenti.  Impugno i manici degli  spuntoni che mi paiono più  affidabili, uno slancio e salgo  con entrambi i piedi sulla  sbarra orizzontale incastonata a metà del cancello. Getto un occhio nei paraggi, nessun  rompipalle, meglio così. Sollevo la gamba numero uno e la porto dall'altra parte evitando le  punte acuminate, mi ancoro per bene e ripeto il movimento con la gamba numero due, ecco,  adesso sto in piedi sulla cima dell'inferriata, non mi rimane che saltare sulla ghiaia del vialetto.   " Sbrigati, arriva una macchina! "  Cerco di girarmi con le spalle alla strada, ma un po' la posizione innaturale, un po' il panico,  perdo l'equilibrio e mi butto giù in torsione. Una gamba passa indenne, l'altra struscia sulla lama  di uno dei pugnali. Tocco terra rimanendo in piedi. I pantaloni presentano uno squarcio  all'altezza della coscia, sotto, un graffio violaceo in sovrimpressione. Ci passo sopra un dito,  brucia ma almeno niente sangue.  " Tutto a posto? " m'arriva la tua voce.  " Sì, sì. "    Esamino il muro con attenzione, scopro un pulsante in mezzo ai ciuffi d'edera. Spingo e faccio  scattare il cancelletto. " Hai visto, che ci voleva " il tuo sorriso diabolico,  Infatti, c'ho solo rimesso i pantaloni. Costeggiamo il muro di cinta fino al portone, anche qua c'è  un pannello coi citofoni. Ripetiamo la procedura ma il risultato non cambia.  " Che t'ho detto? Non c'è. "  " E basta! " sbotti. " Se ti dico che c'è, significa che c'è. " " Io sul muro non m'arrampico, te lo dico prima. "  Il ronzio della serratura. Dopo un po' il portone si spalanca, dietro appare una signora che ci  guarda con aria perplessa.  " Cercavate qualcuno? "  " Ricardo Rodriguez " le rispondi. " Il maestro di tango. "  " Ah, sì! " sorride lei, sollevata. " Su al terzo piano. " " Grazie. "  Aspettiamo che scenda gli scalini e s'immetta nel vialetto. " E adesso che vuoi fare? " te lo domando con un pizzico d'apprensione.  " Saliamo su. " " Scusa, ma non t'ha risposto. " Sbuffi infastidita.   " Il citofono è rotto. Sta al terzo piano, che ci vuole. Così mi tolgo il dubbio una volta per tutte. "  Mi stringo nelle spalle, Monica, chi sono io per intralciare i tuoi progetti. In fondo hai ragione,  oramai siamo qui, si tratta solo di scalare i tre piani, suonare alla porta e tornare giù con la  coscienza tranquilla, all'inaugurazione della milonga del rio stasera c'andrai con le scarpe  vecchie.  Le mie previsioni sono confermate, ti sei  attaccata al campanello col tuo stile  aggressivo, due squilli pedanti, ma nessuno  viene ad aprirci. Non c'è neanche bisogno  che sia io a dirti di rinunciare, più evidente di  così. Stiamo per ingranare la retromarcia  quando la porta si muove, priva di rumore. Si  forma un breve spiraglio in cui s'affaccia un  trancio di viso dalla carnagione giallastra.  " Ciao Ricardo! " lo saluti sfoderando un  sorriso da réclame.  Lui però non sembra altrettanto felice di  vederti, è pallido, gli occhi iniettati di paura.  La fessura s'allarga, c'invita a entrare con un  colpetto di sopracciglio. Oltrepassiamo la  soglia e lui richiude di corsa. Non è solo,  accanto c'ha un tizio con in testa un  passamontagna, il braccio teso verso di noi e  al termine del braccio, invece della mano,  una pistola nera la cui canna c'inquadra con  intenzioni poco amichevoli.   " Chi cazzo siete, voi! " " Eravamo… eravamo venuti… " sei tu, Monica, che prendi l'iniziativa, il tono della tua voce ha perso lo smalto di poco fa. " Per comprare le scarpe… " " È vero? " il mirino della pistola si sposta sulla sagoma di Ricardo Rodriguez. " Sì " conferma lui. " Tenevamo appuntamento. " Passamontagna ci fa segno d'imboccare il corridoio, obbediamo senza fiatare. L'appartamento l'hanno ristrutturato da poco, mobili non ne vedo, forse Ricardo Rodriguez lo usa come pied-a- terre per le sue lezioni private. Una porta, entriamo in un ampio salone. Dentro c'è un secondo tizio armato, passamontagna due. Tiene d'occhio un uomo e una donna di mezz'età che stanno rintanati in un angolo. La stanza delle scarpiere. Addossate ai muri ne conto una dozzina, sopra ci vedo esposta un'infinità di modelli, disegni e colori da soddisfare i gusti più esigenti. Ma la collezione prosegue anche sul pavimento, sembra di stare in un campo minato, dovunque mi muova rischio di calpestarne qualcuna. " Che volete da me? " domanda Ricardo con la sua cadenza argentina. " I soldi già ve li ho dati." I due banditi si lanciano uno sguardo attraverso i rispettivi passamontagna. " A noi dei soldi tuoi non ce ne frega una minchia " dice passamontagna uno, accento  locale. L'addita con la canna della pistola. " Tu te ne devi andare da qui, hai capito o no? " " Ma io… " Ricardo Rodriguez allarga le braccia sconsolato. " Ve l'ho detto, oltre al lavoro no tengo nada… " Su questo hai ragione, Ricardo, la natura con te non s'è dimostrata benevola. T'ho sempre osservato a distanza, nelle tue esibizioni. Ora che stai qui a due passi mi chiedo dove le prendi le risorse per volteggiare come fai tu, una specie di trottola, quegli scatti imprevedibili, i ganci con cui t'intrecci alle gambe della tua compagna, le torsioni innaturali. Visto così, su di te non scommetterei manco un centesimo. Sei più largo che alto, la faccia rotonda coi capelli color pece, quella frangetta da ragazzino che ti scende para sulla fronte bassa, due occhi celesti, eredità di qualche discendenza germanica, che rendono il complesso ancora più grottesco, il naso schiacciato tipo pugile, i denti da roditore che sporgono all'infuori. Con dei connotati come i tuoi, Ricardo, l'unico posto dove potevi esprimerti era un circo, che ne so, tutt'al più il banco di una macelleria, eppure sei riuscito a trovarla nel tango una dimensione, è proprio vero che la vita una possibilità la concede a tutti. Quando entri in pista diventi un'altra persona, la forza di gravità si scorda di te e del quintale di peso che ti porti addosso. Sì, perché le figure, le acrobazie non c'entrano una mazza, un buon ballerino è quello che riesce ad annullare il proprio peso. Come fai tu, Ricardo, alla fine, non si sa come, risulti perfino attraente. Le amiche mie farebbero a pugni per un tango fra le tue braccia, non di rado t'ho visto avvinghiato a qualcuna di quelle stangone fatali capaci di mozzare il fiato, quelle che se l'invito io prima mi fanno la scansione ai raggi x e poi mi dicono no, grazie. " I bastardi extracomunitari come te se ne devono tornare a casa loro " insiste passamontagna uno. " Noi qua gli stranieri non ce li vogliamo, siete buoni solo a rubarci il lavoro. " Ma che razza di rapinatore sei, una via di mezzo fra Hitler e Robin Hood. " Ce l'hai la licenza per vendere 'sta roba? " con la canna della pistola passamontagna uno descrive dei circoletti nell'aria indicando la distesa di scarpe. " No " ammette Ricardo Rodriguez. " Le vendi in nero. " " Sì. " " Lo sai noi che gli facciamo a quelli che vendono le scarpe in nero? " Passamontagna uno avanza calpestando le scarpe senza il minimo ritegno, arriva a pochi centimetri dal maestro di tango, gli punta la rivoltella sulla frangetta. Ricardo Rodriguez sbianca come un lenzuolo, gli occhi spiritati, deglutisce. " Tranquillo, che non t'ammazziamo." Mi sa che ho capito, tempo fa ho visto in tv uno di quei dossier giornalistici sulla malavita organizzata, parlava del traffico illecito di capi d'abbigliamento, in mezzo ci stanno i cinesi, i clan della camorra. L'uomo armato torna indietro, raggiunge una delle scarpiere, l'afferra da sopra, con uno strattone la schioda dal muro e la fa precipitare sul parquet, poi ripete la procedura con le altre. In pochi secondi quella che era una collezione sistematica di calzature da ballo viene trasformata in un cumulo informe. Un brivido di terrore mi uncina la schiena, mica vorranno appiccarci un rogo. " Mettetevi tutti là! " ci intima passamontagna uno con voce sprezzante. Raggiungiamo gli altri due ostaggi, Monica prima m'ha parlato di lezioni private, i rapinatori sono arrivati mentre Ricardo Rodriguez stava lavorando. Ora siamo tutti e quattro schiacciati nello stesso angolino, l'arma di passamontagna due, quello che non parla mai, ci tiene sotto tiro. " Dai, valla a prendere " gli ordina passamontagna uno. Lui dice di sì, s'infila la pistola nei pantaloni e sparisce. Dopo un po' ricompare, oh merda, fra le mani stringe un'ascia da boscaiolo. " Così, da oggi in poi, ci penserai bene prima di vendere le tue scarpe del cazzo " sentenzia passamontagna uno. " E dillo agli amici tuoi, che noi qua gli stranieri non ce li vogliamo. " " Bien, sì, como volete " annuisce Ricardo Rodriguez ostentando una specie di sorriso, ma forse l'ha capito anche lui che gli sta per cascare addosso una punizione di quelle epocali. " Le scarpe non le vendo più, ve lo giuro. " " Troppo tardi, stronzo. " Si gira verso passamontagna due e gli fa segno con la testa. Quello alza il braccio e scarica un fendente sul mucchio di scarpe. Frammenti di tacco schizzano intorno a noi come proiettili, ci proteggiamo con le mani. Il tizio ricarica l'arma e torna a colpire, una furia che mi lascia senza respiro. Non si tratta di una banale dimostrazione di forza, passamontagna due non procede menando colpi a casaccio, no, quel suo modo d'avanzare a piccoli passi seguendo dei solchi invisibili mi fa pensare a un contadino durante la semina, dietro i suoi gesti c'è qualcosa di metodico. Di fronte a me, Ricardo Rodriguez assiste privo d'espressione, come se in qualche anfratto del suo cervello un finale così triste se l'aspettasse. Chi ha il volto scavato dal dolore, invece, sei tu Monica, ogni tanto mi giro e ti lancio un'occhiata di striscio. Non riesci a staccare le mani dalla bocca, lo scandalo che provi s'è cristallizzato nella tua smorfia, come se le schegge che ti volano intorno non fossero pezzi di cuoio e stoffa, ma brandelli di carne umana che qualcuno sta sventrando con la frenesia di un assassino psicopatico. Lo scempio si prolunga per altri lunghissimi minuti, al termine della cerimonia non vedo più una scarpa intera. Passamontagna due si guarda intorno, ansima per la fatica, l'ascia che gli pende da un braccio. Dopo essersi assicurato che il suo lavoro meticoloso non ha lasciato sopravvissuti si gira verso il complice.  " Andiamo via " gli dice passamontagna uno, indietreggiando. " E dategli una pulita a 'sto posto, che fa schifo. " Li vedo sparire uno dopo l'altro, sento la porta dell'ingresso che si richiude con una botta secca. Intorno a noi silenzio assoluto, nessuno ha il coraggio di fiatare. " Oh Dios mio! " Ricardo Rodriguez non ce la fa più a fissare la sua ex-collezione di scarpe, si rifugia all'angolo come un pugile sconfitto. " Dai, Ricardo, su " l'insegue l'altra donna. " Quelli non tornano più, tranquillo. " " Ti accompagniamo noi dai carabinieri " aggiunge l'uomo, gli dà una pacca sulla spalla. " Per sporgere la denuncia. " " Come faccio! " sbotta Ricardo Rodriguez. " Non ci posso andare... che gli dico? Che vendo le scarpe in nero? Che non fatturo le lezioni private? Quelli tanto non li beccano più e io finisco nei guai ancora peggio. " " Ma ci devi andare, Ricardo " insiste il tizio. " Digli che t'hanno rubato i soldi dei corsi collettivi, per quelli la ricevuta la lasci. " " Non lo so, non lo so... " continua a negare Ricardo Rodriguez, gli occhi gonfi di lacrime, poi fugge disperato nel corridoio. Gli andate dietro come pecorelle, la coppia di ballerini, tu. Sul luogo del misfatto ci rimango solo io, d'altronde non lo conosco, che gli potrei dire per consolarlo. Resto imbambolato, le orecchie tese per capire cosa state confabulando. Dopo un po' ci rinuncio e inizio a camminare avanti e indietro sul tappeto di scarpe rotte. Mi sento come un'infermiera della croce rossa su un campo di battaglia, sposto i cadaveri con le punte dei piedi sperando in un lamento, un indizio qualsiasi che mi faccia capire che in questa massa inanimata esiste ancora una scintilla di vita. Niente, manco un superstite. No, che dico, mi sbaglio. " Quelli secondo me lo sapevano benissimo che non l'avrebbe denunciati " percorriamo a ritroso il vialetto verso il cancello, da quando siamo usciti dall'appartamento è come se dentro di te si fosse rotta una diga, mi stai sbrodolando addosso un fiume di parole. " Sono i rischi che si corrono quando vendi quella roba in nero. Povero Ricardo… Mi chiedo questi che le importano da Buenos Aires che cifre ci tirano su con la vendita delle scarpe. " Usciamo dal cancello, parti sparata verso il parcheggio ma io t'impedisco di procedere. " Che c'è? " i tuoi occhi mi squadrano allarmati. Spalanco le due ante del giubbotto, infilo la mano destra nella tasca interna sinistra, quella sinistra nella tasca interna destra e come un pistolero estraggo all'unisono. " Guarda! " " Oh mio Dio! " " Stesso modello, stessa misura " te le agito sotto il naso per farti sniffare l'odore del cuoio ancora vergine. " Incredibile, eh? Le uniche due che sono sopravvissute, manco un graffio. Le ho prese per te. " Le additi con aria schifata. " Ma sono di colore diverso! Una è rossa e l'altra è nera. " " Che ti frega, al buio non si vede " lo dico e mi rendo conto d'averla sparata grossa. In milonga il primo dettaglio che una donna nota di un'altra donna sono le scarpe che porta. " E poi se qualcuno se n'accorge tanto meglio, stasera lanci la moda dell'anno." " Io non le voglio quelle scarpe. " Il tuo rifiuto mi lascia senza parole, Monica, ma come, fino a poco fa per rimediare un paio di scarpe nuove eri disposta a scalare tutti gli ottomila dell'Himalaya e adesso che te le servo su un vassoio d'argento mi fai la schizzinosa. Osservo di sfuggita la minuscola etichetta bianca appiccicata all'interno. " Costano centocinquanta euro. " " Nemmeno gli sciacalli si comportano così. " Pure sciacallo, adesso. " Che pensi che se n'accorgeva? Con quei rottami l'amico tuo ci riempie due sacchi della spazzatura e frulla tutto nel secchio. " " E se stasera viene a ballare? Le riconoscerebbe al volo le sue scarpe, una diversa dall'altra. Sai che figura ci faccio. " " Pensavo che ci tenessi, scusa tanto. " " Ora torni su e gliele restituisci. " " Che? " Punti l'indice verso il cancello chiuso. " Chiamalo al citofono e inventati una scusa qualsiasi. Io quelle scarpe non le voglio più vedere. " " Il citofono non funziona. L'hai detto tu. " Già lo so che mi stai per chiedere, Monica, ho il graffio sulla coscia che brucia ancora. Mi dispiace, stavolta il cancello non lo scavalcherò. La strada è deserta. Tranne quella zingara seduta per terra, qualche metro più in là, la schiena poggiata al muro e le gambe tozze allungate sul marciapiede. Accanto a lei il solito armamentario squallido, bottiglia di plastica, lattina scoperchiata. M'avvicino, quando mi vede stende la mano in automatico. Però la mano non m'interessa, no, m'interessano i suoi piedi. Poggio un ginocchio per terra, lei m'osserva con indifferenza mentre le sollevo il piede scalzo, la pianta è nera come se c'avessero strofinato sopra un pezzo di carboncino. Prendo la scarpa rossa e ce l'infilo dentro, combaciano alla perfezione. " Como Senisienta " mormora con una vocina stridula e scoppia a ridere, mi sa che le faccio il solletico. " Como Senisienta! " " Che? " " Ssenissienta " insiste, accentuando una pronuncia che mi suona sospetta. " Cenerentola! " Cenerentola, già, non c'avevo pensato. " Scusi, ma lei di dov'è? " " Argentina " conferma le mie intuizioni. " Sono escapada de la dictadura, trenta anni fa. Tenevo genitori italiani. " Una che è emigrata al rovescio, dall'Argentina all'Italia, da com'è ridotta mi sa che era meglio se si teneva la dittatura. Le faccio calzare la seconda scarpa, avevo ragione, la misura è la stessa. Che belle, una rossa e una nera. La donna m'invita a rialzarmi, obbedisco. Protende le mani verso di me, ho capito, vuole che l'aiuti. Grossa com'è, qua mi prende il colpo della strega. Invece no, viene su con una leggerezza che mi stupisce. La squadro dalla testa ai piedi, non so che dire, con quegli stracci da barbona e le scarpe da tango sembra uscita dal libro delle favole. Lei gonfia il petto, inarca la schiena. " Bailamos! " Le sua braccia mi cascano addosso senza lasciarmi il tempo di fiatare. Mi mette in asse, petto contro petto, adagia la testa sulla mia spalla. " Ma la musica… " Fa una smorfia strana, come per dire chi se ne frega, che per ballare servono le scarpe giuste e basta, anche se sono di colori diversi. Il marciapiede che c'apprestiamo a calpestare è un lungo tappeto bianco, sarà un'esibizione senza spettatori, meglio così, un paio di passi e finiamo tutt'e due per terra. Ci sarà solo Monica a scompisciarsi dalle risate. Invece no, i due passi li superiamo indenni. Procediamo oltre, non ci posso credere, questa balla meglio delle mie amiche, Monica, meglio di te. Non lo so, è come se mi leggesse nel cervello, penso a una figura e lei m'anticipa, dovrei essere io a portarla invece è lei che porta me, una vecchia stracciona migrante. Più avanziamo sul marciapiede più ci prendo gusto, a un certo punto decido di sfidare la sorte e me la rischio. Sì, chiudo gli occhi, m'abbandono alla musica che non c'è. Li apro solo quando sento la tua voce, Monica. Mi chiami da lontano, non riesco a distinguere le parole, m'arrivano come il ronzio di un insetto sgradevole. Provo a metterti a fuoco ma non ci riesco, sei diventata un'ombra sbiadita. Così li richiudo e vado avanti.
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TACONES Racconto tratto dalla raccolta “La donna che ballava (il tango) in senso orario” di Mario Abbati El tanguero - tango magazine
Racconto tratto dalla raccolta “La donna che ballava (il tango) in senso orario” di Mario Abbati Mario Abbati è nato a Roma nel 1966. Ha pubblicato i saggi “Ipercosmo, la rivoluzione interattiva, dai multimedia alla realtà virtuale”, Eurosma, 1994, e “Manifesto del movimento reticolare”, Musis Roma, 1996. Diversi suoi racconti sono apparsi in antologie cartacee e on-line. marioabb@hotmail.com
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