«A che pensi?» Traffico con le posate, come se la scusa per aggirare la tua domanda sperassi di trovarla sotto quest’empanada dura peggio della corteccia di un albero. Tu però non hai intenzione di cedere, un attimo e torni alla carica. «Ho detto, a che stai pensando?» «A niente.» Scuoti la testa, non sono credibile. Se in quarantacinque anni di vita c’è una cosa che ho imparato su voi donne è che non ammettete che il pensiero pensi se stesso. Eppure succede, non puoi capire, Daniela, è come se il cervello si staccasse dalla realtà e macinasse roba per conto suo. «Da quando ci siamo seduti ti vedo così assente.» Questa mania d’infilare il coltello nella piaga, prima in superficie, poi sempre più in profondità, fermati, sei ancora in tempo. «Se c'è qualcosa che non va ce lo dobbiamo dire.» Niente da fare, vuoi proprio sapere che penso. «È la regola, ti ricordi? L’abbiamo promesso tutti e due quando ci siamo messi insieme.» Do un’occhiata in giro, ne la Barraca stasera c’è la folla delle grandi occasioni, tutti i tavoli sono occupati. Non so se per trasformare lo scantinato di un palazzo romano in un ristorante argentino alla moda basti pitturare quattro pareti con murales dai colori pastello e sollazzare i clienti con qualche tango di quelli epocali, ho paura che a Buenos Aires l’atmosfera sia ben diversa. Alla fine del giro di perlustrazione mi ritrovo invischiato nel tuo sguardo.  «Magari un'altra volta, dai.» Inarchi un sopracciglio, ora mi osservi sospettosa. «Lo voglio sapere subito.» «Stiamo cenando.» «Adesso!» sbatti un pugno sul tavolo, quelli accanto si girano. «E va bene» sistemo le posate secondo le regole del galateo, mi schiarisco la gola. «Niente, pensavo al ballo.» Stai portando la forchetta alla bocca, il pezzo di empanada imbevuto di sugo si arresta a mezz’aria, come se avessero stoppato le lancette dell’universo.  «Che?» «Al tango.» «Ah!» la tua fronte si rilassa, ti aspettavi di peggio, ora sì che puoi ingoiare. «Se vuoi, dopo cena andiamo da qualche parte.» Nego, a questo punto i miei pensieri segreti te li racconto fino all’ultima sillaba. «Il saggio di fine corso. Ho deciso che non mi va di farlo.» Ti blocchi di nuovo. «Come…» «Mi viene l’ansia.» La forchetta ti sfugge di mano e si schianta sul piatto. «Scherzi.» «Ti vedo così convinta, entusiasta, io invece mi sento negato.» «Mica s’impara dal giorno alla notte, eh, ci vogliono anni di studio.» Già il fatto di chiamarlo studio mi mette il panico addosso. La salsa, il fox-trot, il liscio si ballano, il tango argentino invece si studia. «Appunto, forse è meglio che il saggio lo rimandiamo all’anno prossimo.» «E io? Ti sei scordato che sei il mio compagno di ballo?» «Che ci metti a trovare un sostituto, su. Gli amici tuoi faranno a pugni per ballare con te.» «Io dico che il tango non c’entra.» Stavolta sono io che ti scruto con aria interrogativa. «Altrimenti la questione non l’avresti tirata fuori il giorno del nostro anniversario.» «Ti ricordo che me l’hai chiesto tu a che stavo pensando.» «C’è un’altra, vero?» Schiocco la lingua, ti mando a quel paese con un gesto fulmineo della mano. «Scommetto che è Monica, l’amichetta tua del cuore» lo sottolinei con voce antipatica. «Ma come ti salta in testa.» «Certo, lei è giovane… quanti anni ha?» «Piantala, dai» ripeto il gesto di prima. Fingi di pensarci su. «Almeno dieci meno di me, direi. Ho visto come vi divertite quando ballate insieme.» Ecco, tu sei libera di abbandonarti fra le braccia di chi ti pare, gli occhi chiusi e l’espressione intensa come se scalpitassi in una milonga lungo il Rio de la Plata, poi una volta che ci provo io a invitare un’amica tu stai là che mi fai le radiografie.  «Se esiste una persona con cui sono incompatibile quella è proprio Monica, ci pestiamo i piedi dall’inizio alla fine.» Una presenza oscura dietro di me, non faccio in tempo a voltarmi che una mano virile mi atterra su una spalla. «Hernan!» spari un sorriso di quelli raggianti. È Hernan Ballesteros, gestore del ristorante nonché celebre maestro di ballo, uno dei tanti argentini che con la scusa del tango hanno messo su una fortuna. Certo, il phisyque-du-role non ti manca, Hernan, altezza media, la solita magliettina nera che esalta il fisico piazzato, ogni fibra muscolare al posto suo, e poi la pelle olivastra, quella barba perennemente incolta, i capelli scuri col codino, sembri uscito da un documentario alla televisione. «Allora rragassi, como va la serata?» «Bene, grazie!» La tua voce è di nuovo zuccherosa, Daniela, come se ti fossi scordata della discussione di poco fa. Bravo Hernan, sei capitato al momento giusto. «Las empanadas como erano?» «Ottime, Hernan, veramente.» Che ipocrita che sei, solo perché è il tuo maestro. Fosse per me quella che lui chiama empanada la userei come fermacarte. «Si siete pronti, ordiniamo la carne.» «Ah, bene!» Hernan tira fuori taccuino e matita. «Quello de siempre. Colita, churrasco o entrecote.» «Entrecote para dos!» declami con accento romanesco. Ogni volta che c’è lui ti avventuri in queste sortite poliglotte, mi chiedo Hernan cosa penserà in privato della tua pronuncia. «Bien» scarabocchia l’ordine sul blocchetto. « Ben cotta, poco cotta?» «Al punto.» Di solito quando mi trascini a cenare a la Barraca fai tutto tu, scegli il tavolo, il menù, il grado di cottura della carne. Io servo solo per pagare il conto, e se mi scordo di lasciare la mancia t'incazzi pure. Non mi definisco un taccagno, tutt’altro, però non mi sta bene che per l’affitto e le bollette pretendi che si faccia a mezzi, poi, come mettiamo il naso fuori casa tua, ecco che riemerge la teoria dell’uomo galante, quello che se ogni volta non caccia il portafoglio viene radiato dall’albo dei fidanzati. Fortuna che a la Barraca imperversa il menù a prezzo fisso, per la modica cifra di ventuno euro – ventuno, sì, con quell’uno ballerino come il gestore del ristorante – ti portano bruschette assortite, un’empanada e una salsiccia a testa, carne e contorno a scelta fra tre alternative, mezza bottiglia di vino in due, acqua e caffè. Sembra l’offerta del secolo ma ogni volta che esco da qui, non so perché, sogno immancabilmente di stare in una bettola di Testaccio, davanti a un piatto di bucatini all’amatriciana. «Al punto» conferma Hernan prima d’archiviare la comanda con un ultimo tocco d’inchiostro, ripone il blocchetto e fugge verso la cucina. Che poi, Daniela, io mica l’ho capito se la tua presunta passione per la carne argentina è sincera o se quelle bistecche le manderesti giù sane pur di compiacere il tuo maestro Hernan Ballesteros. Sinceramente la trovo un po’ dura, sarà colpa dei miei denti avariati, comunque il paragone con la fiorentina non lo regge, come fai ogni volta a dire che è squisita, si tratta di carne congelata, magari la vacca che toccherà a noi fra pochi minuti l’avranno scannata in qualche pampa  quando esisteva ancora la dittatura. «È proprio bravo» ti perdi sulla scia di Hernan.  «I corsi, il ristorante… non si ferma mai.» Ti credo, fossi capace di ballare come lui, anch’io trotterei da mattina a sera. Tiene i corsi in tre, quattro posti diversi, fra principianti, intermedi e avanzati, la sua scuola avrà almeno duecento alunni, calcolando che per un mese di lezione si fa pagare sessanta euro, che ci vuole a fare il conto. «Che carino, è venuto lui a prenderci l’ordine al tavolo.» Proprio non riesci ad aprire gli occhi. Quel tizio ti ha chiesto una mano per aiutarlo nei corsi e tu gli hai messo a disposizione braccia e gambe. Perlomeno ti pagasse, macché, guadagnerà una fortuna e l’unico vantaggio che ti ha concesso è di non scucire il mensile. Ma a te i risvolti economici non importano, no, per te è fondamentale che si sappia in giro che sei l’assistente preferita di Hernan Ballesteros. È peggio di un lavoro, uno s’iscrive al corso di ballo per rilassarsi e poi si ritrova invischiato nella solita lotta per il potere.  «Siamo proprio fortunati ad averlo come maestro, non trovi?» continui a guardare alle mie spalle, come se Hernan stesse ancora qui. «Certo, sì.» «Ho delle amiche che ballano con altri argentini, gente che ha iniziato con me. Beh, non puoi capire, stanno anni luce indietro.» Annuisco come un cucciolo fedele, mi manca solo la lingua a penzoloni. «È che lui non ci mette solo la tecnica, ci mette il sentimento.» «Vero.» «La passione.» «Sì.» «La coreografia che ha scelto per il saggio di fine corso è stupenda, non vedo l’ora» smetti di sognare a occhi aperti e d’un tratto ti ricordi che dall’altro lato del tavolo ci sono io. Torni a fissarmi con aria minacciosa. « Lo fai il saggio insieme a me, vero?» «Senti, Daniela…» «Mica vorrai mollare adesso, eh. Dopo tutte le prove che abbiamo fatto.» «Te l’ho detto, mi viene l’ansia. Solo il pensiero di farlo questo saggio mi prende un attacco di gastrite. Io il ballo lo concepisco come svago, se si converte in un lavoro non mi va più.» «Smettila con queste balle, voglio la verità!» «Ancora?» «Non mi ami più, vero? È questo che mi vuoi dire.» Tu non puoi saperlo, Daniela, ma stavolta mi sono spremuto fino al midollo per farla riuscire, te lo giuro. Ho chiuso un occhio sui tuoi trascorsi esoterici, quando mi hai confessato che sei la reincarnazione di una strega arsa in un rogo quattro secoli fa, ho lasciato passare anche il tuo lato analitico, quando te ne sei uscita che i tuoi genitori abbandonarono te e tuo fratello nello scompartimento di un treno e che quest'esperienza traumatica ti ha segnato in eterno, non ho nemmeno preteso qualche giorno per rifletterci quando mi hai proposto di convivere, appena due settimane che stavamo insieme. Diciamo che l’ho vissuta come una specie di obbligo morale, soprattutto nei miei confronti, ho messo da parte pregiudizi e abitudini maschiliste convinto seriamente che la nostra storia potesse decollare. «È il giorno del nostro primo anniversario. Se mi amassi penseresti a me, non ai tuoi problemi col saggio.» Lo sapevo che prima o poi l’equazione amore-pensiero l’avresti tirata fuori. Vorrei tanto spiegarti che io non funziono così, sarà un mio limite strutturale, non lo so, forse non ho mai amato perdutamente una donna, però se un giorno dovesse succedere sono sicuro che per quanto pensassi a lei, ci sarebbe sempre un frammento minuscolo del mio cervello che se ne andrebbe per conto suo. «Io ti amo» dichiari senza riserve, « tu sei il centro del mio universo. Ti sembra strano che pretenda il contrario?» Nulla da eccepire sulle attenzioni che mi riservi. Ogni sera quando torno dal lavoro trovo puntualmente la cena pronta, per farmi degustare ricette sempre originali avrai saccheggiato l’enciclopedia britannica della cucina, mi stiri le camicie senza una piega fuori posto, la mattina riprendo i sensi col profumo del caffè che mi lasci sul comodino, al vetro, come piace a me. Insomma, una specie di geisha all’italiana. Eppure, Daniela, ho la netta sensazione che non sono io, in quanto soggetto individuale iscritto all’anagrafe di Roma, ad ispirarti questi nobili sentimenti, che se al posto mio capitasse un altro, che ne so, il barista sotto casa, il giornalaio o mio cugino di secondo grado, anche lui dopo qualche settimana di rodaggio diventerebbe il centro del tuo universo. «Ho rinunciato a tutto per te. Anche al gatto!» «Che c’entra il gatto, adesso.» «Secondo te perché l’ho messo a dormire fuori al balcone?» Dopo i quarant’anni tutte le donne single che conosco si comprano il gatto, è un mistero che non riuscirò mai a svelare. «Non mi faceva dormire, Daniela! Ogni notte mi zompava sul cuscino, io mi svegliavo di botto e me lo trovavo a due centimetri dal naso che mi fissava con quegli occhi gialli tipo film horror.» «È la bestiola più mansueta che conosca.» Stasera butta male, non so come finirà, ma una cosa ce l’ho chiara, la mia donna ideale la voglio senza gatto. «Mansueto mica tanto, piuttosto direi geloso. Prima che comparissi io, era lui il centro del tuo universo. Quando si è visto spodestato dal trono figurati come ci sarà rimasto male. Pensa che un paio di volte mi ha pisciato nelle scarpe.» «Perché fai così? Con me non ti manca niente.» «Ti sto solo dicendo che il saggio di fine corso non lo voglio fare.» «Non è vero, tu mi vuoi lasciare!» «Lo faccio per te.» Ridi in falsetto. «Ah sì?» «Sono una specie di zavorra.» «A lezione ballo con te, in milonga ballo con te. Cos’altro vuoi?» «Secondo me lo fai perché ti senti obbligata. Voglio dire, perché stiamo insieme. E a me non sembra giusto.» «Lo faccio per te» rimarchi le mie parole con tono divertito, poi torni seria. «Io non li reggo gli uomini che se n’escono con queste frasi!»  Hai ragione, forse me la potevo risparmiare. «E a letto? Ti piaccio sul serio o anche là lo fai per me?» Per fortuna arriva la cameriera con le entrecote fumanti, ti rimetti in sesto e le concedi un sorriso di circostanza. Lei sistema i piatti e fugge via con aria imbarazzata, l’ha capito che stiamo litigando. Recuperi coltello e forchetta, li affondi nella carne e cominci a tagliare. Non aggiungo nulla, mi limito a ripetere i tuoi movimenti nella speranza che con qualche boccone di carne argentina in pancia la tensione si smorzi. Ma la mia è un’illusione che dura poco, il tempo di sezionare la bistecca con un paio di fendenti secchi e scansi il piatto da una parte. Il tuo sguardo inferocito torna a fissarmi. «Monica scopa meglio di me, vero?» Le tue frasi spietate mi arrivano addosso come siluri e io non produco il minimo sforzo per evitarle. Dovrei considerarmi offeso, invece mi sento tranquillo. Non so, Daniela, se la tua è soltanto ingenuità o se hai captato che sto attraversando un momento di crisi. Così hai deciso di far precipitare la situazione, tutto o niente, un classico femminile.  Abbandono le posate sull’orlo del piatto con un gesto che odora di resa, peccato, da come scorreva il coltello mi sa che stavolta la carne era tenera sul serio. «Monica è un’amica e basta, te l’ho detto.» «Io sarei pronta a sacrificare la vita per amore, e tu?» «Senti, Daniela, io.» «Lo faresti o no?» «Lascia stare, dai.» «Voglio una risposta!» «È complicato.» «Ancora queste frasi?» «Non mi pare il momento.» «Adesso è il momento!» «Come, adesso.» «Rispondimi!» No, Daniela, ho deciso che non ti risponderò, arrivaci da sola alla conclusione. Io in linea di principio sarei pure disposto ad amarti, te lo giuro, però non mi va di rinunciare alla libertà di pensiero, l’ultima cosa che voglio è che il mio universo abbia un centro solo e che sia per forza tu a doverci sguazzare dentro. Ora che stiamo zitti è il brusio di sottofondo che sale in cattedra, una cantilena monocorde rotta di tanto in tanto da una risata. Qualcun altro che starà festeggiando il primo anniversario di fidanzamento in quest’angolo di argentina-made-in-italy. Oggetti di metallo che urtano contro oggetti di vetro, la cameriera che sfreccia come un lampo trasportando pezzi di carne e altre prelibatezze. A un certo punto se ne va la luce. La gente reagisce con un boato di sorpresa. Un corto circuito o qualcosa del genere, penso. Invece no, due secondi dopo vedo Hernan Ballesteros che esce al rallentatore dalla cucina. Trasporta qualcosa di delicato, ma sì, è una torta. A forma di numero uno. Dentro è affondato un candelotto di cera con in vetta, a sostenere la fiammella, due ballerini di tango sospesi in un eterno finale. Oddio, no. Viene proprio da noi, poggia l’opera d’arte al centro del tavolo. «Che carino che sei, Hernan!» lo fissi con devozione, come se ti fosse apparsa la madonna. «De nada, de nada» lui si china e ti bacia sulla guancia. Poi si rivolge al pubblico. «Per festeggiare il primo anniversario» declama con voce da attore, «i nostri amici balleranno un tango per tutti noi!» Una specie di scossa elettrica mi paralizza sulla sedia. Io guardo te, Daniela, tu guardi me. Quest’amore sfrenato per l’esibizione, i saggi di fine corso. Chissà da quanti giorni pregustavi il momento, la Barraca piena di gente, la cena interrotta, e noi due che balliamo sotto gli occhi ammirati di tutti, Hernan compreso. Cerco di trasmetterti che l’idea non mi piace, ma tu hai già posato la salvietta, stai in piedi che mi aspetti. La luce torna a inondare la sala. Anche la musica, ma a volume più alto, mentre l’applauso, intorno a noi, non accenna a scemare. Sono costretto ad alzarmi. Ci spostiamo verso il cerchio che Hernan ha ricavato in mezzo ai tavoli. Serriamo l’abbraccio, io, te e quel sorriso da recita che porti scolpito sulle labbra. Un laterale fluido e via con la camminata. Tecnicamente nulla da eccepire, ogni figura la eseguiamo alla perfezione, come sta scritto sui testi sacri. Non sono presuntuoso, sei tu che lo dici, ogni volta che mi costringi a rivedere i nostri video. Sì, perché non c’è niente di più eccitante per te che ballare mentre qualcuno ci filma. Ma io questo tango lo vivo come una tragedia, Daniela. Ogni passo che eseguo, ocho, boleo, sacada, uno dei miei dubbi si scioglie per magia. Su una cosa, ammetto, hai ragione. Cioè che il tango è una danza speciale. Siamo stati a discutere per un’ora, chilometri e chilometri di parole, quando sarebbe bastato spostarla a inizio cena questa sorpresa, per risparmiare il fiato e trovare subito tutte le risposte. Con tre minuti di tango. Il brano arriva ai rintocchi finali, terminiamo come statue di cera, sì, la stessa posa dei ballerini in cima a quel candelotto, con sotto la torta a forma di numero uno che non aspetta altro che ci tuffiamo dentro. «O adesso o mai più» mi sussurri, noi ancora incollati e i battimani del pubblico che sottolineano una prestazione senza sbavature. «Come?» «Se hai deciso di mollarmi è meglio che te ne vai.» «Mica ho capito.» «Ho più di quarant’anni, non posso perdere tempo con uno che non ha voglia d’impegnarsi.» Finalmente ci stacchiamo, non ce la facevo più. Te ne torni al tavolo, vorrei seguirti ma non trovo la forza. Mi soffermo sulle punte delle mie scarpe. Male, molto male, il tanguero autentico lo sguardo lo tiene sempre fisso a dritta. Il parquet non presenta fregi speciali, le venature del legno procedono secondo fasci di linee parallele che a volte s’incurvano in ellissi concentriche. Eppure sopra vedo tracciata una striscia bianca, tipo quelle che dipingono per strada quando rifanno la segnaletica. Un passo verso di te e la serata riprende il suo corso naturale, uno in fuori e mi getto nel vuoto. Sollevo la testa. Ti vedo seduta, fremi di gioia, con Hernan che seziona la torta. Quelli dei tavoli intorno ogni tanto si voltano e buttano là un’occhiatina interessata. Tranquilli, una fetta di dolce la rimediate pure voi. E anche un goccio di spumante. Già l’immagino questo brindisi corale, con il sottofondo di musica argentina. Mi rimetto in moto, vado spedito alla cassa. Tiro fuori il portafoglio, due biglietti da venti. Frugo nei pantaloni, mi dice bene, una moneta da due euro. La deposito sulle banconote e filo via. Stasera la mancia me la risparmio. Mario Abbati è nato a Roma nel 1966. Ha pubblicato i saggi “Ipercosmo, la rivoluzione interattiva, dai multimedia alla realtà virtuale”, Eurosma, 1994, e “Manifesto del movimento reticolare”, Musis Roma, 1996. Diversi suoi racconti sono apparsi in antologie cartacee e on-line. Illustrazioni tratte dall'opera di M.C. Escher (1898-1972) contatti: marioabb@hotmail.com
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