Il posto è un edificio a un piano solo schiacciato fra capannoni e officine in rovina, più o meno a metà di un vicolaccio lugubre. Ci si accede dalla Tiburtina, quel tratto ad ampio respiro che unisce la tangenziale a San Lorenzo. Fuori niente insegne, solo un portone spalancato e due moccolotti di segnalazione, uno per terra, l'altro sullo stipite. Civico ventisette, è lui. Dall'interno mi giunge chiara la cadenza sostenuta di un tango. Sì, direi che non ci sono dubbi. Subito oltre la soglia una luce color ruggine illumina ad intermittenza il bancone della cassa, dietro scorgo una signora che legge. Entro. " Scusi… la milonga lunfarda è qui? " chiedo per sicurezza. Lei solleva lo sguardo dal libro, o meglio, è una rivista di cruciverba. Quello su cui scarabocchia l'ha già mezzo riempito di lettere. Accanto smaschero il colpevole di questa luce altalenante, è una lampada artigianale in stile cinese, un tronco di cono rivestito di tessuto colorato con dentro una candela. " Sì " conferma. Tiro fuori il portafoglio. " Quant'è l'ingresso? " " Lei è la prima volta che viene " mi fissa con severità. Ammetto la mia colpa. " L'ingresso è gratuito. " Sono confuso. " Non si paga. " " Ah " non me l'aspettavo.  " E la tessera? " " Non c'è bisogno. " Fossi io l'organizzatore della serata questo dettaglio straordinario lo scolpirei in testa all'annuncio con tanto di maiuscolo, sottolineato e neretto, che scherziamo, con quello che costa oggigiorno la vita del tanguero la gente farebbe a pugni per venirci. Questi qua della milonga lunfarda invece si sono limitati allo stretto indispensabile, niente notizie su musicalizador, ospiti, esibizioni, che ne so, la mappa per arrivarci, zero tondo, solo indirizzo e ora di partenza. " Mi serve il suo documento. " Stavolta sono io che la squadro con aria sospettosa. " La carta d'identità " insiste. " Perché? " " È la regola del nostro club. " Stessi alla reception di un hotel la richiesta la capirei ma qui, all'ingresso di questo locale scalcinato. " Poi all'uscita glielo restituisco. È solo per un fatto simbolico. " Niente, non mi convince. " La milonga lunfarda intende favorire l'incontro fra gente di culture diverse, senza barriere e pregiudizi " recita come se fosse la poesia di natale. " La carta d'identità discrimina le persone, è come un timbro. Per questo noi vogliamo che chi viene alla milonga lunfarda il documento lo lasci all'ingresso. " " È la prima volta che ne sento parlare. " " Di pubblicità ne facciamo poca. Sa, i costi. " Il portafoglio ce l'ho sempre in mano, esito. Basta, ci rovisto dentro e sfodero la carta d'identità. Alla peggio se la frega, me la strappa, chi se ne importa, domani vado al comune e me ne fabbricano una nuova. Gliela faccio atterrare sopra il cruciverba.  La prende, legge i miei dati. " Facile " dice tutta contenta. " Lettera "A". " La sistema nel primo scomparto di un raccoglitore da cui affiorano altri documenti uguali al mio, passaporti, tessere plastificate, c'è di tutto, li tiene catalogati in ordine alfabetico. " È una bella fortuna " aggiunge. Da quando sono nato per colpa del cognome che mi ritrovo le cose mi hanno sempre costretto a farle per primo, dall'interrogazione di matematica alle pulizie dei cessi durante il militare. Roba da restarci traumatizzati, eppure alla fine ci ho fatto il callo, sì, mi è venuta la fissa dell'esploratore. Nel tango, per esempio. Scoprire un posto nuovo, respirare l'aria viziata di un locale in cui non sono mai stato, m'intriga da morire, peggio di un appuntamento al buio. Come questa sera, mi piaceva il nome e ho deciso di farci un salto. Alla milonga lunfarda. " E per bere come funziona? " L'ho capito dove sta la fregatura, mica sono scemo, mi lasciate entrare gratis con la storiella del documento simbolico, dentro mi viene sete e mezzo litro d'acqua leggermente gassata me lo fate pagare come una bottiglia di moet-chandon. " Va al bar e si serve. " " Da solo? " " E certo. " " Quanto costa la consumazione? " " È gratis " stira le vocali, un po' alterata. " Non si paga niente, manco le bevande. " " Va bene, va bene " l'ultima cosa che voglio è farla arrabbiare. " Allora entro. " " Aspetti un secondo. " Stende un braccio sotto al bancone, raccoglie qualcosa da terra. La fa rotolare sul piano di legno. " Questa è per lei " m'invita a prenderla con un gesto della mano. Una candela. Di quelle come si vedono in chiesa, trenta centimetri di cera bianca. " Nel locale non c'è corrente. " " Sul serio? " mi manca il coraggio di toccarla. " La nostra è una milonga autogestita. Risparmiamo sui costi. " " E la musica? " " Lo stereo va a batterie. " Oddio, ma dove sono capitato. " Non si ballerà con le candele in mano! " la butto là così, per scherzo, ma a questo punto non mi stupirei. " Lei l'accende e la mette in uno dei candelieri " mi spiega. " Dove c'è un posto libero. Quando si spegne l'ultima candela la milonga finisce. " " Ma allora, se continua ad arrivare gente… " " Ognuno entra con la sua candela " taglia corto. " Lei è arrivato per ultimo, significa che grazie a lei stasera la milonga lunfarda durerà un po' di più " abbassa lo sguardo e torna a occuparsi del cruciverba. Supero il bancone. Di fronte a me, ultimo sbarramento, una tenda di velluto amaranto. La scosto e m'infilo nel locale. È un unico ambiente squadrato con l'arredamento ridotto all'osso, lungo le pareti hanno sistemato dei tavolini di legno rinsecchito stile osteria, sopra ci vedo piazzati i famosi candelabri. Mi sembra di stare in chiesa. Grazie alla luce fioca che sprigionano riesco appena a distinguere le sagome degli avventori. Non c'è confusione, solo un lieve brusio di fondo sul quale la musica riesce a imporsi nonostante il volume fiacco. Pochi passi davanti a me, oltre la prima linea di tavoli, la pista da ballo, una pedana circolare di sei massimo sette metri di diametro che in questo momento vibra di corpi danzanti. Mi avvicino al bordo del cerchio, voglio capire qual è il livello dei tangueri che frequentano la milonga lunfarda. Basta uno sguardo d'insieme e i miei peggiori presentimenti trovano conferma. Primo, qua non si balla tango, o meglio, la musica che filtra dagli altoparlanti è tango di quello primordiale, le figure che eseguono prese in sé e per sé rispecchiano alla virgola la teoria spiegata nei manuali. Però la gente non si muove in circolo, ogni coppia sta incollata alla sua fettina di pavimento tipo ballo del mattone e quando decidono di spostarsi non seguono nessuna traiettoria prestabilita. Una specie di caos calmo. Secondo, mi concentro su un po' di facce e realizzo che non c'è un paese di questo pianeta, uno dico, che non abbia un suo rappresentante. Orientali, africani, andini, scandinavi, sono capitato nel ricettacolo delle razze umane, l'unico elemento che li accomuna è il tango, o meglio questa sottospecie di tango. Il musicalizador non lo vedo, secondo me l'hanno inserito fra i costi superflui e in quanto tale cassato dalla serata, andranno avanti coi cd. Insomma, 'sta botta mi ha detto male. Giro i tacchi e m'incammino deluso verso l'uscita. Prima di smammare la candela l'accendo, non si sa mai, quella del bancone non vorrei che mi sequestrasse la carta d'identità. Arrivo al tavolo più vicino, mi appresto a eseguire la manovra quando il brano sfuma e una voce arcaica, profonda, si sostituisce alla musica. " Atención parejas de bailarines ! " Inchiodo, un brivido imprevisto mi solca la spina dorsale. " Arrivan quatro tangos increibles, los preferidos del Papa, Bin Laden, Toto' e Maradona…  " C'è solo una persona che introduce una tanda così. " La magnifica orchestra de Rodolfo Biagi, canta Alberto Amor… Amor como Roma… Segundo bandoneon, Carlos Maria del Campo, figlio de Sicilia, perché su padre nacio en Caltaniseta.... Primero violin, el campeon del mundo Osvaldo Lazzari, figlio de milaneses…" Solo uno che conosce vita morte e miracoli di ogni componente dell'orchestra. " Un regalo especial de Felix, vostro fedele servidor! " Non ci posso credere, è lui, il più grande disk-jockey del tango mai nato in questa galassia. Mi basta qualcuna delle sue frasi leggendarie per rivalutare la milonga lunfarda. Da bocciatura senza appello la promuovo con centodieci e lode. Torno indietro, scendo nella bolgia di corpi multietnici stipati nel cerchio della pista, impossibile seguire un percorso logico, dove trovo un varco m'infilo. Una ragazza cinese abbandona il suo compagno e mi fa segno che vuole ballare con me, una cinese alta, non si era mai visto, ma io sorrido e le dico di no, proseguo il mio tracciato a serpentina. In effetti è strano, le coppie si rimescolano a casaccio durante lo stesso tango, basta la minima collisione, due sguardi che s'incrociano, e via col cambio di partner. Tocco la sponda opposta, sì, sei proprio tu, Felix, inconfondibile con in testa il cappello grigio fasciato di peltro, sembri il papa. Stai chinato su un tavolino appena sufficiente a ospitare i tuoi cumuli di musicassette. Tu non usi computer portatili come la massa, quelli che si svegliano una mattina e decidono di fare il musicalizador, che scaricano le canzoni da internet, programmano la tanda e premono il tasto-invio ogni volta che è ora della cortina. No, tu sei un cultore del nastro, l'unico al mondo forse. Te ne porti dietro due valigie piene, le vedo aperte là per terra, con le audiocassette ordinate per autore, data, chi lo sa, ognuna avvolta sul pezzo che decidi tu.  " Mitico Felix! " alzo il cinque in segno di pace come un indiano del far-west. Sollevi gli occhi e mi lanci un sorriso sghembo, sicuro che non mi hai riconosciuto ma fa lo stesso. " Hola hermano! " Porti uno dei tuoi completi da personaggio dei fumetti, giacca azzurra su camicia gialla e papillon scuro, il solito trancio di sigaretta spenta che ti pende da un angolo della bocca. Sul tavolo, mimetizzato fra le cassette, un bicchiere colmo di liquore. Giro intorno alla consolle e ti vengo vicino. " Ma tu non lavoravi alla Fábrica del Tango? " in effetti è là dove ti ho visto l'ultima volta, quanto tempo sarà che non ci vado, almeno un anno. " Mi hanno licenziato. " Ci resto di pietra. " Il tango che dico io è morto " sospiri, col tuo italiano musicalizzato all'argentina. " I vecchi come me hanno le ore contate " afferri un nastro a caso, ci picchi l'aria a mo' di clava. " Qua dentro ci sono pezzi che in commercio non si trovano più. " Dico di sì. " Il giorno che io sarò scomparso " indichi il contenuto delle valigie, " tutto questo finirà in una discarica. Interi pezzi di cultura andranno a la mierda, non so se ti rendi conto. Per sempre. " " Dovresti riversarli sui cd " obietto. " Che ne so. Parlare con qualche accademia musicale. " Mi mandi alla malora con un gesto lapidario. " C'è il nuovo che avanza. Il tango elettronico, i sintetizzatori. Chi vuoi che ascolti un musicalizador fuori mercato. " " Per me sei e rimani un grande. " " E poi nelle piste si è perso lo spirito, ognuno balla per conto suo " un cenno fugace alle correnti vorticose di ballerini che s'intrecciano di fronte ai nostri nasi. " Qua è diverso, gente de todo el mundo. Poveri, ricchi, entrano tutti. Per questo mi piace la milonga lunfarda. " " Che vuol dire lunfarda? " in effetti me lo vado chiedendo da quando ho letto l'annuncio sul bollettino del tango. Fai sfumare il pezzo, estrai il nastro dallo stereo portatile e lo sostituisci, alzi il volume con gradualità. " Il lunfardo era il dialetto che si parlava en Buenos Aires al tempo degli immigranti. Italiani, spagnoli, francesi.  Era una mescolanza. I francesi sfottevano gli italiani, li chiamavano lumbard. Col tempo è diventato lunfardo, che vuol dire fusione. " In Italia significa l'esatto contrario, Felix, lo sapevi o no, lumbard è sinonimo d'isolamento. " Il lunfardo dopo è entrato nel tango " il brano avanza e tu controlli i tempi sulla tua padella da polso. " Che è un ballo che supera le diversità. Qui a Roma nei locali tangueri sono tutti italiani, l'hai notato? Nella milonga lunfarda invece si balla come negli arrabales  de Buenos Aires del secolo passato. Todos con todos. Senza regole. " " Mai sentito 'sto posto. " " È una milonga un poco clandestina " sghignazzi dal naso. " Ci spostiamo. Oggi qua, domani in un altro luogo. " " Sempre con le candele? " " Il fuoco è simbolo di vita " i tuoi occhi s'accendono come le fiammelle che ci ondeggiano intorno. " La conosci la leggenda dell'araba fenice? " " L'uccello. " " Quando sentiva che era arrivato il momento si ritirava in un luogo appartato. Sulla cima di una quercia. Là si costruiva un nido di ramoscelli, ci si adagiava dentro e aspettava che i raggi del sole la bruciassero. " " E dopo l'incendio rinasceva " concludo io, sulla storia del tango sarò un ignorante patentato, la mitologia però me la ricordo bene. Smonti e rimonti le pile di nastri come un prestigiatore, te li rimpalli da una mano all'altra finché non trovi quello giusto. " Un regalo speciale " ti chini verso il microfono mentre col dito agisci sullo stereo facendo scemare la musica. " Atención parejas de bailarines " la tua voce graffiante inonda la sala. " Hanno appena chiamato Fidel Castro, Rafaela Carrà, Berlusconi e Madre Teresa de Calcuta, che me han chiesto una tanda muy exclusiva. Arrivan quatro tangos grandiosos, musica de Carlos Gardel e textos del maximo poeta argentino Celedonio Flores, en lingua lunfarda. Eseguiti dall'orchestra indimenticable de Anibal Troilo, dove el segundo bandoneonista se chiamava Juan Carlos Federico e su familia veniva de la tierra de Calabria. Questa è la milonga lunfarda, parejas de bailarines, el unico posto en Roma donde se baila toda la noche… Hasta que las velas no ardan!  " Finché non ardano le candele. Ci mancava solo questa per completare il decalogo di frasi memorabili. Tu le candele non le fai spegnere, Felix, le fai ardere. Parli dell'istante finale della combustione quando la fiammella si contrae su se stessa e degenera in un pennacchio di fumo nero, l'ultimo respiro esalato. Coi tuoi gesti da illusionista inserisci la cassetta e alzi il volume. " È la prima volta che li faccio sentire " prendi il bicchiere, sorseggi il tuo liquore misterioso. " Ti consiglio di ballare. " " Là in mezzo? " Ti passi la cicca da un angolo all'altro della bocca. " Questo è tango vero " m'inviti a scendere in pista. " Provalo.  Almeno stasera. " Faccio per allontanarmi ma tu mi afferri per un braccio. " Prima però  il contributo " inclini la falda del cappello e indichi la mia mano. " Ah, già.  " Fai comparire uno zippo stile fiera dell'antiquariato, lo schiocchi nell'aria e si accende la fiammella. Accosto lo stoppino della candela finché non prende. Indichi un tavolo là dietro, nel candeliere ci sono un paio di buchi liberi. " Approfitta, hermano. Una candela non ci mette niente a finire. " Sono in tre. Escono fuori dalla penombra senza preavviso. Uno in giacca e cravatta scura stile matrix, due in uniforme grigia. " Buonasera, guardia di finanza " si annuncia quello in abiti civili, un tipo giovane, carrierista, mascelle squadrate e occhi stanchi. Estrae il tesserino e te lo sbatte davanti. " Buonasera " ammicchi un sorriso. " Lei è il proprietario del locale? " " Me lo ha prestato un amico " rispondi con sicurezza. Suppongo che un piano di sgombero per evenienze del genere già ce l'avevi pronto. " È una festa privata. " L'altro ne prende atto senza alterarsi. " La Siae l'avete pagata? " Ti stringi nelle spalle. " Per mettere la musica c'è una tassa. Lo sapeva? " Ho come l'impressione che questi non siano venuti qua per un controllo casuale, secondo me ce li hanno mandati, sì, qualcuno invidioso della milonga lunfarda. " Sono argentino. " Il finanziere rampante non ti schioda gli occhi di dosso. " Ce l'ha un documento? " T'infili una mano nella tasca interna della giacca, tiri fuori un libretto, che sollievo, pensavo che la tizia del cruciverba l'avesse scippato anche a te. " Ho il passaporto italiano " glielo porgi. Il capo l'afferra e senza aprirlo lo passa a uno dei due in tenuta da combattimento. E dai, Felix, sparagli a memoria il tuo albero genealogico. Nomi, luoghi e date di nascita fino al capostipite. Come quando introduci l'orchestra di Carlos Di Sarli dal cantante all'ultimo violino. " È in regola " dice il gendarme. " Però rimane il problema con la Siae " insiste quello in borghese. " Sulla musica che viene riprodotta bisogna corrispondere i diritti d'autore. Anche se è una festa privata. " " Sono persone che non esistono più " ti lasci sfuggire un ghigno. " Tutti morti da cinquant'anni. " Mi ritorna in mente la frase di prima, quando dicevi che il tango è morto. Le tue selezioni a Pugliese ci arrivano per miracolo, Piazzolla un altro po' non sai manco chi è. " Non significa niente " taglia corto il tipo, senza pietà. " Lei è in contravvenzione, ha violato l'articolo centosettantuno della legge seicentotrentatre barra millenovecentoquarantuno. " Ti vedo smarrire il sangue freddo, Felix. Deglutisci, il trancio di sigaretta oscilla incerto fra le tue labbra filiformi, come se i numeri che ti ha appena spiattellato invece che frammenti di burocrazia fossero razioni di frustate. " E adesso che faccio? " allarghi le braccia. " Deve pagare la multa. " Tranquillo, amico, non ti lascio in mezzo a la mierda, se c'è da pagare qualcosa ci pensa il sottoscritto. Quante persone ci saranno in pista, cento, centocinquanta, m'incarico io di fare la colletta, uno due euro a testa e la condizionale la saldiamo noi. " Quanto sarebbe? " sul tuo volto una patina di tensione. " Dipende dal numero dei brani " risponde il finanziere. Sguinzaglia le guardie, i due si avvicinano al tavolo e iniziano ad annusare come segugi, i loro polpastrelli sacrileghi calano sui mostri sacri del tango argentino, l'antologia che ti trascini dietro da una milonga all'altra, avrai sudato un guardaroba intero di camicie gialle per metterla insieme.  " No, no " tenti di fermarli gesticolando come un indemoniato. " È inutile, glielo dico io. Sono duemilaseicentocinquantatre brani. " Quello in borghese mette in moto i neuroni, lo vedo là che macina l'aritmetica universale, fa passare qualche istante e se n'esce col responso. " A occhio stiamo fra i venti e i trentamila euro di sanzione. " Scoppi a ridere, mi sa che in cinquant'anni d'attività un malloppo del genere non l'hai mai visto tutto in una volta. " Come faccio, io… " " Allora dobbiamo sequestrare i nastri " fa un cenno sbrigativo ai suoi scagnozzi. " No! I nastri no! " La frase resta scolpita nei fumi del locale. L'ho pensata o mi è uscita sul serio? Temo sia vera la seconda. I tre si girano a guardarmi, con la candela in mano sembro un cherubino appena smontato dal paradiso. " Lei chi è? " l'ispettore mi apostrofa con voce strafottente.   " Io… " Non faccio in tempo a identificarmi che quello viene da me e mi stende il braccio davanti. " Mi dia un documento. " Faccio per estrarre il portafoglio, poi mi ricordo. " Me l'ha preso la signora del bancone. " " Quale bancone? " " All'ingresso del locale. Ritirano il documento d'identità. " " Io non ho visto nessuno. " I tre mi stringono in cerchio. Tu sei rimasto sullo sfondo, Felix, seguo le tue manovre di nascosto, non capisco che intenzioni hai. Prendi le cassette ammucchiate sul tavolino e le scarichi nelle valigie là dietro, ci ficchi dentro le mani. Ma che fai. Prendi un nastro dopo l'altro e srotoli fuori la banda magnetica, sei impazzito, così non li potrai più suonare. " Niente, la carta d'identità non ce l'ho " ammetto la triste verità. " Ah, bene " mi sfotte l'ispettore. " Così lei va in giro senza documenti. " Il tipo infierisce ma io non lo seguo. Sto fisso su di te, Felix, continui a smembrare le tue musicassette come rapito da un attacco di follia suicida. " Facciamo così. Risolviamo la questione della Siae con questo signore, poi lei ci segue in centrale. Così ci racconta per bene come si chiama e che fa nella vita. " La tua collezione di tanghi d'epoca la stai trasformando in un cespuglio informe di fettuccia marrone, ci affondi dentro fino alle caviglie. Quando si accorge che non me lo filo più il poliziotto in borghese si gira e rimane di pietra pure lui. " Santo cielo! " grida minaccioso. " Che diavolo fa? " Tutti quanti aspettiamo una risposta ma tu ci prendi in contropiede con una sequenza fulminante di mosse insensate. Afferri il bicchiere e rovesci il liquore sui nastri, poi ti allunghi verso di me, mi strappi di mano la candela e la getti sul cumulo. Non facciamo in tempo a reagire che una vampata pazzesca ci scoppia davanti. Dal nastro magnetico le fiamme si propagano veloci alle sedie, i tavoli, qua dentro è tutto di legno, non passa neanche un minuto e la milonga lunfarda brucia che sembra di stare all'inferno. In pista esplode il panico, la gente si accalca fra i tavoli cercando una via di fuga. " Fuori, fuori! " Uno dei gendarmi mi spinge verso l'uscita, cerco di oppormi ma è inutile, vengo risucchiato dalla corrente umana. Non posso sparire così, ci sei tu là in mezzo, Felix, l'ultima volta che ti ho visto te ne stavi immobile su quella sedia, il mondo che bruciava intorno. Oltrepassiamo la tenda, il finanziere allenta la presa e io ne approfitto per divincolarmi. Torno di corsa verso la pista da ballo, dentro non c'è rimasto nessuno. Tranne te, Felix. Forse impazzisco, saranno i vapori tossici sprigionati dai nastri, fatto sta che attraverso il muro di fiamme che ha spaccato in due il locale mi pare di sentire la tua voce deformata. " Atención parejas de bailarines.... " Ho letto che, quando bruciano, i posti emettono come dei lamenti, è la struttura che cede. Non si respira, devo uscire sennò ci lascio le penne. Mi metto in ascolto ma non arriva nulla di umano, solo il legno che sfrigola. Ripiego verso la tenda. Mentre varco la soglia, confusa nel boato dell'incendio, percepisco un'ultima raffica di parole. " Arrivan quatro tangos…  " scintille, frammenti di soffitto che cascano giù, " quatro tangos immortales…. ". Racconto tratto dalla libro “La donna che ballava (il tango) in senso orario” di Mario Abbati pubblicato dall'editore Terre Sommerse Mario Abbati è nato a Roma nel 1966. Ha pubblicato i saggi “Ipercosmo, la rivoluzione interattiva, dai multimedia alla realtà virtuale”, Eurosma, 1994, e “Manifesto del movimento reticolare”, Musis Roma, 1996. Diversi suoi racconti sono apparsi in antologie cartacee e on-line. marioabb@hotmail.com
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