"La musica non si sente, strano. Supero i tavolini del ristorante Gusto, m'infilo sotto il portico e li sorprendo tutti fermi. Una decina di persone. C'è Franco detto manovra. Paolo quello che vende le scarpe in nero. Luigi il perfetto, lui sempre in giacca e cravatta. Emilio, il più stagionato dello zoccolo duro, che si aggira fra le colonne come un rapace, gli occhialoni televisivi calati sul naso. E altri quattro cinque che non mancano mai. A occhio nessun dettaglio sembra fuori posto, la valigetta di cuoio è aperta sul pavimento di marmo bianco con l'impianto che sporge dalla metà inferiore, uno stereo preistorico e due altoparlanti scampati alle guerre puniche. Però è spento. Ruoto la testa come un faro alla ricerca di Tiberio Grasselli, l'organizzatore della serata. Eccolo là, pensieroso, oltre le colonne taurine che delimitano la pista da ballo. Sta fumando una sigaretta rivolto verso la piazza, lo raggiungo a passo spedito. "Ciao Tibe'!" Si gira e m'inquadra. "Oé, ciao" aggiunge un sorriso a mezza bocca.  Porta la solita canotta verde militare, ancora non l'ho capito se usa sempre la stessa sia d'estate che d'inverno, magari a casa sua ne ha un armadio pieno, un'infinità di stampelle con la stessa canotta verde militare, e lui là davanti, ogni volta, che si massaggia il mento con le dita, a decidere quale si metterà per la milonga. L'altro mistero è l'età, forse per colpa del suo abbigliamento chiamiamolo sportivo e di quei capelli sanguigni che gli danno un'aura da fanciullo perenne, potrebbe dimostrare dai trenta ai sessant'anni. "Che è successo?" domando preoccupato. Con un colpetto di sopracciglio indica alle nostre spalle. "Oggi mi sa che niente tango." "Perché?" Ripete il gesto. "Non l'hai vista? Quella là." Mi volto, evito la colonna e sporgo la testa all'interno del porticato. "Oddio!" Proprio al centro del tratto che usiamo come pista da ballo c'è una tizia coi capelli grigi scombinati, un incrocio fra la befana e la strega di biancaneve. Sta sbracata di fianco su una coperta di quelle a quadrettoni che legge un libro come se niente fosse. Accanto a lei una bottiglia di birra da tre quarti e un cartone di Tavernello. Una organizzata, fra l'altro, si è portata anche l'abat-jour, la tiene orientata col fascio di luce che centra alla perfezione il libro aperto, suppongo sia uscita fuori dallo zaino malconcio che sta poggiato là vicino. "Sono arrivato un po' più tardi del solito" Tiberio parla con aria triste. "L'ho trovata che leggeva." "Qua ci vuole una bella mancia" propongo dall'alto delle mie vaste conoscenze sul mondo e le leggi che lo regolano. "Che pensi che non c'ho provato? Venti euro. Solo per spostarsi di tre metri. Manco m'ha degnato di uno sguardo." "Se iniziamo a ballare quella si rompe e se ne va.". "Mi sa che non hai capito" col mozzicone che stringe tra le dita indica in direzione della vecchia. "La vedi quella lampada?" "Mbe'?" "S'è attaccata alla presa del ristorante." Già, è vero, quel tacito accordo con Gusto, loro ci regalano qualche scarica di corrente, l'accesso al bagno, e noi tra bottiglie d'acqua e intrugli vari gli garantiamo un minimo di fatturato. "Allora ci dobbiamo spostare." "Che scherzi, non si può. C'è il negozio d'antiquariato" Tiberio diventa sempre più mogio. "Tiene accese le vetrine anche di notte, dopo dice che gliele sporchiamo. No, o qua o niente. Sennò i vigili ci fanno la multa e addio milonga." Un problema senza soluzione, a quanto pare. Fosse un giorno qualsiasi un'alternativa la troverei, che ci vuole. Purtroppo Roma di lunedì è un mortorio, la mattina riposano i negozi, di notte gli addetti del tango, alla fine la scelta è obbligata, o i portici di piazza Augusto Imperatore o le lenzuola. "Se alziamo la posta, magari si convince" insisto. "Un tentativo l'ho fatto. Due minuti e sono scappato." "Perché?" "Vai, vai" m'invita con un cenno della testa. "Così ti rendi conto." Fra l'altro per ballare all'aperto stasera le condizioni rasentano l'ideale, né caldo né freddo. No, di tornare a casa con le scarpe intonse proprio non ho voglia. "E va bene, ci parlo io." M'infilo nel portico, punto con decisione la vecchia barbona. Ma quando arrivo a un paio di metri dal suo corpo immobile sbatto il naso su un muro invisibile. Ora capisco che intendevi, Tiberio. Come i gatti quando marcano il territorio, qua però è molto peggio, l'olezzo che mi aggredisce le narici al momento di violare questa specie di frontiera supera i riferimenti animaleschi più cupi. Mi forzo e proseguo, le giro intorno. Ha il muso impiastricciato di nero, quei capelli che non vedono un pettine da chissà quanti mesi. "Buonasera!" Non mi risponde. Mi piego sulle ginocchia, da questa distanza l'odore è insopportabile, anche respirando con la bocca "Signora, non è che potrebbe spostarsi qualche metro più in là" butto fuori la frase in un fiato, ricarico i polmoni in attesa della prossima. Niente, come se non esistessi. "Noi qua il lunedì sera balliamo." Smette di leggere e solleva la testa, come se avessi pronunciato la parola magica. "Sì?" mugugna, l'aria incuriosita. "Che tipo di ballo?" "Tango" rispondo. "Tango argentino" Lo manda giù senza alterarsi. "Ballate pure, non mi date fastidio." "Come..." "Quando mi concentro, ai rumori non ci bado." "Il problema è la luce" emetto un sospiro. "Si è attaccata alla presa che usiamo per la musica." Indico il cavo scuro che parte dalla lampada, i riccioli che descrive sul marmo del portico per terminare nella prolunga del ristorante. Lei segue il mio dito con attenzione poi torna a fissarmi. "Se stacco la spina, come faccio a leggere?" "Si metta laggiù, accanto al negozio d'antiquariato. Tiene accese le vetrine anche di notte." Allunga il collo grinzoso, getta uno sguardo oltre di me, dove finisce il portico. "Mi s'abbassa la vista, è l'unica cosa che mi funziona." "Le presto una torcia." "Mi viene l'ansia se so che si scarica. E poi qua ci sono arrivata per prima." Non reggo più, ho bisogno d'ossigeno. Tanto c'è poco da fare. M'incammino verso le colonne ma dopo qualche metro la voce della donna mi bussa sulla schiena, come un raglio stonato. Mi volto, sta là che agita un braccio. Un pieno d'aria e torno indietro. "Cos'ha detto che ballate?" "Tango." "Tango…" ci riflette su. Poi si solleva sui gomiti. "Facciamo così. Se mi fate ballare uno di questi tanghi, io me ne vado." Solo al pensiero rabbrividisco. "Uno di voi. Non m'interessa chi." "Ma è assurdo." "Perché?" "Il tango argentino mica s'improvvisa" m'impegno al massimo per demolire la sua proposta. "Ci vogliono anni di studio." "E voi" il suo braccio scansiona la gente che si va addensando tra le colonne. "Avete studiato tutti?" "Beh, sì." "Ma vi siete guardati?" Mi giro, butto là un'occhiata sommaria. "Che abbiamo di strano?" "Stiamo per strada, sant'iddio" esplode in una risata da osteria. "Le hai viste quelle? Coi vestiti neri. Si sono conciate come se andassero a un funerale." "Tango significa eleganza." "Ma sul serio pensi che so leggere?" un cenno al libro. "Io fingo. Intanto spio la gente. C'hanno le facce piene di noia, gli amici tuoi. Sia gli uomini che le donne." "Che dice." "Vengono qua perché scappano da qualcos'altro. C'hanno le facce piene di noia." Non la seguo più, sarà il cervello in debito d'ossigeno. "O mi fate ballare o resto qui fino a domani" chiude il discorso con questa frase perentoria e  ripiomba sulla coperta a quadrettoni. Prende il libro, lo apre e io non esisto più. "Allora?" mi domanda Tiberio Grasselli, non appena mi vede tornare. Scuoto la testa. "Ha detto che se qualcuno balla con lei, dopo schioda. Un tango. Uno solo." Sgrana gli occhi, come se avessi parlato in arabo. "Bisogna trovare un volontario" passo in rassegna quelli dello zoccolo duro. "Hai sentito quanto puzza?" "Che ne so, uno che è raffreddato." Nega con decisione. "Senti, a 'sto punto io chiudo la valigia e tutti a casa" mi scarta sulla destra e si dirige allo stereo. "No, che fai" lo blocco per un braccio. "La gente sta arrivando, non vedi. Poi che gli racconti, che stasera non si balla per colpa di una zingara. E se quella lunedì prossimo decide di tornare?"  "Senti" mi sibila in un orecchio. "Senza corrente la musica non funziona. E senza musica a casa mia il tango non si balla. Trovami una soluzione e qua rimango pure a dormire." "Tirate a sorte." "Che?" "Chiama gli altri. Fate la conta, quello che esce balla con la vecchia." "Ma che boiata!" "Tutti quanti abbiamo voglia di ballare, Tibe'. Digli come stanno le cose, se sono d'accordo si fa così. Altrimenti sbaracchi e ce ne andiamo a casa." Ci medita sopra, poi si allontana. Uno dopo l'altro prende sottobraccio i fedelissimi, formano un gruppetto con lui in mezzo, tipo allenatore di basket durante un timeout. Al termine dell'udienza vengono da me. Sei pallido come un fantasma, Tiberio, manco stessi per giocartela alla roulette russa. "Va bene, si estrae a sorte" Tiberio scruta gli altri, nessuno si tira indietro. "Come facciamo?" chiede Franco detto manovra. "La conta meglio di no. Aspettate qua." Tiberio fugge via nel portico, arriva al ristorante e s'infila dentro. Nemmeno un minuto e torna. In mano ha sei bustine di carta strette e lunghe. Faccio un rapido conto, anche noi siamo sei. Scarta le bustine una dopo l'altra. Sono stuzzicadenti. Li allinea sul palmo della mano, sei stecchini di quelli classici. Ne prende uno e lo spezza in due parti, quella più corta la butta per terra. "Si fa come nei film." "Scusa" intervengo con un dito timido. "Ma io che c'entro?" Mi guarda storto. "Sei tu che l'hai proposto." Che fate, ragazzi, solo per la dritta iscrivete pure me all'estrazione della lotteria, siete voi i fuoriclasse del tango romano, quelli che non mancano mai, io mi considero un dilettante all'avventura. Ma delle mie obiezioni a Tiberio non importa niente, sta già mescolando i legnetti. Chiude il pugno in modo che emergano solo le estremità appuntite, viste da qui sono uguali, tutte della stessa lunghezza. "Da destra verso sinistra, in senso antiorario" usa un tono solenne tipo loggia massonica. "L'ultimo che rimane è il mio." Non sono esperto di probabilità, Tiberio, ma ho come l'impressione che questa faccenda degli stecchini te la sei inventata per sfangare il problema. Comunque nessuno si ribella. Pesca Luigi il perfetto, lui è il primo da destra. Lungo. Tocca a Paolo. Lungo pure lui. È il turno di Emilio, poi vengo io. Emilio allunga una mano, esita, non sa quale punta scegliere, fa passare qualche secondo e si decide. Corto! Non fa una piega, però con lo stesso dito continua ad aggiustarsi gli occhiali televisivi sul naso come se avesse paura che sfuggissero via. "Che devo fare?" domanda la sua voce rauca. "Niente" risponde Tiberio col sorriso maligno sulle labbra. "Vado dalla tizia e le dico che abbiamo trovato il ballerino." Emilio non sembra convinto. "Ora accendo la musica, così la gente comincia a ballare. Tu vai da lei e l'inviti. Semplice" "Solo un tango" aggiungo io. Emilio dice di sì, con entrambe le mani si pettina all'indietro i capelli radi. Tiberio si stacca dal gruppetto, corre dalla barbona, si china, le parla. Dopo un po' l'abat-jour si spegne. Poi Tiberio recupera la valigia con lo stereo, la trasporta vicino alla coperta a quadrettoni, lo vedo armeggiare coi cavi. Musica, finalmente musica. La gente reagisce con un boato d'approvazione, il fuori programma ha spostato l'inizio di oltre mezz'ora. Si forma la ruota, con al centro la vecchia barbona che si è alzata in piedi.  Ecco Tiberio che torna. "Dai, Emilio. Se no quella ci ripensa." Emilio sistema gli occhiali per l'ennesima volta, poi parte. Oltrepassa le colonne, buca lo strato dei ballerini, si avvicina alla signora. Mi dà le spalle, suppongo che le starà sorridendo, il braccio teso per invitarla. Ora si abbracciano, devono abbracciarsi. No, non si abbracciano. Emilio rientra alla base scuotendo la testa. "Che è successo?" gli chiede Tiberio al culmine della tensione. "Non ce la faccio" dichiara Emilio. "Mica me l'avevi detto che puzzava così!" "Tu ti sei visto dopo mezz'ora che balli?" ribatte Tiberio. "Per terra lasci la striscia di sudore peggio di una lumaca." "Che c'entra, io mi lavo. Poi quando sto qua, il caldo." "L'hai pescato tu lo stecchino corto" insiste Tiberio. "Le scommesse perse si pagano." "Sì, però non ce l'avevi detto qual era il problema. Hai detto solo che si trattava di ballare con quella vecchia là. Dopo due secondi già mi sentivo male. Lo capisci o no? Non ce la farei mai a resistere per una canzone intera." "Se i termini non sono chiari, allora l'estrazione non è valida" interviene Franco detto manovra. "Giusto!" anche Paolo si unisce alla fronda. "Io se non so quello che rischio, non gioco più" conclude il giro Luigi il perfetto, si ritocca il nodo della cravatta. "Non vorrei che il vestito mi s'impregnasse di roba strana." "Lo sapevo" sibila Tiberio. "Come al solito tocca a me." Ci fissa uno per uno, non so che aspetta, che qualcuno lo fermi, che s'immoli al posto suo, invece no, ci limitiamo a ricambiare lo sguardo senza aggiungere una parola. "La milonga dei portici l'organizzo io, se c'è un problema lo risolvo io. Voi basta che ballate, del resto che ve ne frega." Ci gira le spalle e parte imbufalito verso la pista. Ma una volta arrivato all'altezza dei ballerini si ferma, rimane immobile come una statua, gli occhi fissi sulla zingara che continua ad aspettare all'interno del cerchio. Poi inverte la marcia e torna da noi. "Sentite, lasciamo perdere. Comunichiamo alla gente che oggi è sorto 'sto contrattempo. Lunedì prossimo cercherò di arrivare prima di lei."  "Ho capito, ci vado io." Pronuncio la frase e su piazza Augusto Imperatore cala il silenzio cosmico. Mi osservate tutti con un misto di sorpresa e rispetto. "Le ho parlato quasi cinque minuti. Quello che mi aspetta più o meno lo so." "Sei sicuro?" mi chiede Tiberio Grasselli. "Ho voglia di ballare." Approvate con la testa, mi arriva perfino qualche pacca benevola sulla spalla, a me, il principiante allo sbaraglio. Termina la canzone, la gente abbandona la pista, coppie che si sfaldano, nuove coppie che si formano. Parte il brano seguente e invado il portico, vado dritto all'obiettivo. Mi presento dalla vecchia col braccio steso e un sorriso di plastica. "Vuole ballare con me?" "Finalmente" mi dice con aria scocciata. "Un altro po' e vi staccavo la spina." Ora che sta in piedi posso ammirarla in tutto il suo splendore. I boccoli canuti che le avvolgono la testa come un cespuglio rinsecchito, il corpo reso quasi informe dagli stracci approssimativi che indossa, un vestito lungo che di tanto in tanto si lascia sfuggire brandelli di colore, come atolli in un mare di fuliggine. Proprio una bella penitenza mi è toccata. Mi faccio coraggio, allungo la mano sinistra, aspetto che lei ci poggi sopra la sua. Ha le dita tozze, nere, con le unghie ridotte a falci di cartilagine. Chiudo lo spiraglio e la cingo, sento il suo braccio pesante che mi ricade sulla schiena. "Allora" le sussurro in un orecchio. "Camminiamo un po' in avanti…" "No, no, no. Niente camminare. Stiamo qua." Oscilla da una gamba all'altra al rallentatore, mentre intona una cantilena che non ha niente da spartire con la musica. Conosco donne qua intorno che se in tre minuti di canzone non sfoderi l'intero kamasutra del tango un sorriso mica te lo mollano, per scalfire quelle maschere di cera devi girare come un tornado, proporre boleos, ganchos. Mentre lei, con questa variante del ballo del mattone, è come se fosse prigioniera di un orgasmo. A un certo punto la puzza nemmeno la sento più, forse ho raggiunto l'apatia, come un monaco buddista, non lo so, oppure mi ci sono talmente abituato che ho perso la sensibilità. O un miracolo. Annuso e non mi arriva nulla. Chiudo gli occhi e mi lascio cullare. Rimaniamo così, dall'inizio alla fine del brano, due pendoli incollati insieme. Poi la musica sfuma e ci stacchiamo. Senza dirmi nulla la donna recupera la coperta a quadrettoni, la piega e se la sistema su una spalla. Raccoglie lo zaino e s'incammina verso l'uscita del colonnato con la sua andatura da pinguino. Ora sì che la serata può cominciare. Stanno tutti in pista, compreso Tiberio e quelli dello zoccolo duro. Neanche un grazie. Raggiungo il limite del portico, poggiata a una delle colonne scorgo una donna alta, bei capelli biondi, vaporosi, le avvolgono il viso tipo casco di banane. Aspetta che qualcuno l'inviti. La raggiungo, le stendo la mano davanti, lei sorride e viene da me. Ma un attimo prima che io chiuda l'abbraccio il suo sorriso si spegne. "Grazie, no... Sono stanca" fa un passo indietro e torna ad appostarsi. Ci rimango male. Ha cambiato idea così, da un secondo all'altro. Esco fuori dal colonnato, mi affaccio qualche arcata dopo. C'è Gisella che aspetta a braccia conserte, poverina, lei sì che ha la faccia piena di noia, forse è per questo che nessuno l'invita mai. La prendo alle spalle. "Ti va di ballare?" Dice di sì con la testa, si lascia condurre al margine della pista, sto per abbracciarla ma lei ci ripensa. "Scusa" con la mano si tocca un polpaccio. "Mi sa che mi è venuto un crampo." L'accompagno nel punto esatto in cui l'ho prelevata, lei mi fa segno che va tutto bene. Niente, oggi non è serata. La saluto e sguscio fuori dalla mischia. Mi rifugio due colonne più in là. Qualche secondo e mi passa davanti Emilio, avrà ballato un paio di tanghi e la camicia già ce l'ha piena di chiazze. Si accorge di Gisella, cambia direzione e va da lei. Lei annuisce, lo raggiunge camminando con grazia su entrambi i polpacci. Quando li vedo partire incollati, un brivido di ghiaccio mi solca la schiena. Ogni tanto capita che una donna rifiuti, che c'è di male, vai là, glielo chiedi e loro ti dicono di no senza pensarci. Quelle due invece erano convinte di volerci ballare con me, gli si leggeva negli occhi. C'è Tiberio Grasselli che rifiata sul marciapiede, seduto sul cofano di una delle macchine parcheggiate. "Allora come va?" quando mi vede arrivare butta là uno dei suoi sorrisi ambigui. "La vecchia se n'è andata, hai visto, se non c'eri tu che.... " La frase s'interrompe di botto. Annusa l'aria come una guida apache. "Che è 'sta puzza?" In zona ci siamo solo io e lui. "Oddio..." balza in piedi e indietreggia di un passo, mi osserva a bocca aperta come se fossi malato di colera. "Quella t'ha contagiato!" "Ma io non sento niente" ribatto in preda al terrore, con le narici sfioro il collo della camicia, non capto il minimo aroma. "Scusa, io mi sa che torno a ballare" s'infila fra le colonne, ogni tanto si volta e mi soppesa con quello sguardo là. Resto immobile, non so che fare. Il marciapiede è un viavai di gente, quelli appena usciti dal ristorante, i profughi del tango alla ricerca di un alito di vento. Molti passano indenni, ma alcuni hanno un attimo di esitazione. Frenano, sondano i dintorni, poi immancabilmente i loro occhi cascano su di me che sto in mezzo come un palo della luce. Attraverso la piazza e mi parcheggio nel buio del marciapiede di fronte. La milonga dei portici vista da quaggiù sembra il salone da ballo del Titanic. Con le donne in abito lungo, l'eco dei violini, i riflessi luminosi. Vorrei starci pure io ma non posso, una specie di alone malefico mi è rimasto appiccicato sui vestiti, io non me ne accorgo ma la gente sì. Come arrivo a casa me li tolgo e li frullo in lavatrice, anzi no, li brucio. Poi riempio la vasca, ci butto dentro un flacone intero di bagnoschiuma e rimango a galleggiare tra le bolle fino a domani. Sì, è meglio che me ne vada. Prima che per colpa mia il Titanic scivoli giù, sul fondo del mare. Mario Abbati è nato a Roma nel 1966. Ha pubblicato i saggi “Ipercosmo, la rivoluzione interattiva, dai multimedia alla realtà virtuale”, Eurosma, 1994, e “Manifesto del movimento reticolare”, Musis Roma, 1996. Diversi suoi racconti sono apparsi in antologie cartacee e on-line. marioabb@hotmail.com Immagini: arte povera di Fausto Delle Chiaie, (Roma, 1944) it.wikipedia.org/wiki/Fausto_Delle_Chiaie
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