" Ci sediamo insieme? " " Va be'. " Nel tango le cose funzionano come in amore, indovinare la sintonia giusta è un fenomeno rarissimo. Spesso mi capita di ballare con una donna e in mezzo è come se ci stesse un muro, quei cinque dieci minuti di contatto si convertono in una specie di tortura, aspetto solo che il musicalizador ponga fine alla tanda e faccia partire la cortina per ringraziare e arrivederci. Con te invece mi è capitato l'esatto contrario, sono bastate poche battute per incastrarci alla grande. Finita la prima sequenza non c'è stato bisogno di chiederti di proseguire, ci siamo abbracciati e via. Archiviata pure la seconda quella che era solo un'intuizione si è trasformata in certezza, se ci sono un uomo e una donna nati per stare insieme, almeno in milonga, quelli siamo io e te. Ti conduco sullo scalone a ridosso della pista, ci accomodiamo uno accanto all'altro, come allo stadio. " Io sono Mario " nella foga del ballo mi sono scordato di presentarmi, o meglio, mi è passato di mente. " Piacere, Antonella. " " Fa un bel caldo, eh " col dorso della mano mi asciugo il sudore dalla fronte. Ora che ti posso analizzare con calma, senza l'obbligo di stare concentrato per non pestarti i piedi, ti trovo ancora più carina. Gli occhi nocciola belli grandi, le labbra a cuoricino, i capelli scuri, lisci, che contrastano col rosso acceso del tuo abito lungo. " Si crepa " emetti uno stantuffo. " Soprattutto la sera quando cala il vento. " " Quant'è che balli? " fra tangueri, dopo lo scambio dei nomi, è la prima domanda che ci si fa. " Tre anni. " " Avrei detto molti di più. " " Grazie " mi sorridi. " Sei di Milano? " provo a indovinare, da Bologna in su per me tutti gli accenti sono di Milano. " Brescia. " Ho sballato di pochi chilometri. " E come si vive a Brescia? " Ti stringi nelle spalle, fai una smorfia con la bocca. " Ci sono troppi extracomunitari." " Oramai stanno dappertutto. " " No, non puoi immaginare. A Roma non è come da noi. " Mi piace come lo dici, a roma, con quella r buttata là, un colpo secco e via, tipo uno dei tuoi ganchos. " Forse vengono al nord perché c'è più lavoro. " Ripeti la smorfia di prima, meglio cambiare discorso, non vorrei che l'elettricità che abbiamo accumulato durante il ballo si scaricasse così, parlando di cronaca. Certo che sfiga, la più bella del villaggio la rimorchio l'ultima sera, io domani torno a casa, mentre tu. " Scusa, ma... quand'è che sei arrivata? " " Sabato scorso. " Ci rimango a bocca aperta, quasi una settimana che stai qui, un fiore come te, e io è la prima sera che inciampo nei tuoi piedi, non è possibile, mi sono rimbambito. " Ho avuto la gastroenterite. " " Oddio! " " Mi son fatta la vacanza al letto. Riparto domani. " Ogni volta che incontro una candidata a donna-della-mia-vita non faccio in tempo a chiedermi com'ho fatto a conoscerla che mi sparisce sotto gli occhi. Forse sono aliene, sì, vengono sulla terra in missione, ci stanno un giorno e poi ripartono verso l'infinito. " L'estate è appena iniziata " non so chi dei due sto consolando. " C'hai tempo per rifarti. " Storci la bocca, niente, non riesco a imbroccare una frase. " Io a luglio e agosto lavoro " aggiungo. " Mi piaceva il pacchetto, in Sicilia era una cifra che non ci venivo. " Da quando il tango ha perso quell'alone di fascino misterioso per trasformarsi in un business, anche le agenzie turistiche si sono ristrutturate. Villaggi, crociere, settimane bianche, un colpo di bacchetta magica e le formule classiche si tramutano in vacanze-tango, basta infilare nella valigia le scarpe argentine e pagare il supplemento per i corsi. Quando mi è capitato fra le mani quel volantino sono entrato in fibrillazione, il periodo, il posto, il programma delle lezioni, ogni dettaglio sembrava tagliato a misura sulle mie esigenze. Come facevo a resistere a un annuncio così, peggio delle sirene. Dal venti al ventisei di giugno in Sicilia, un villaggio attrezzato con tutti i comfort in pieno litorale siracusano. Sette giorni d'emozione pura in compagnia dei maestri argentini più famosi, dieci lezioni in anfiteatro e ogni sera milonga fino all'alba, un programma d'escursioni per scoprire le tappe irrinunciabili dell'arte siciliana, dalla grecia classica al barocco. E poi un buffet pensato per il tanguero, col baricentro spostato verso la pasticceria, in modo da evitare il calo di zuccheri fra una tanda e l'altra. " Sei venuta da sola? " la domanda, riconosco, è interessata. " Sì, e tu? " " Anch'io. " Che tristezza, potevamo conoscerci all'inizio, trascorrere la settimana insieme, il giorno a prendere il sole sui lettini, la sera a ballare in anfiteatro, invece no, s'è messo di mezzo quello stronzo di virus e ha rovinato tutto. Sfuma la cortina e parte una sequenza di tanghi elettronici, le gradinate intorno a noi si svuotano e un'orda di ballerini vogliosi si riversa sulla pista circolare. " Che dici, ricominciamo? " Sorridi, sì, l'idea ti piace. " Va be'. " Mi alzo, ti tendo la mano, scendiamo al livello della pedana. Cerco d'infilarmi in un buco libero, ma ogni volta che ci provo una coppia mi taglia la strada. Dopo una serie di tentativi andati a vuoto finalmente riesco a inserirmi nella corrente. " Tutti adesso sono entrati " ti sussurro in un orecchio. La tua testa mi dice di sì sulla spalla. Il brano avanza ma stavolta la magia tarda a compiersi, l'ecosistema si è ribellato contro di me. Calore, umidità, la ressa in pista, non riesco ad allungare le gambe come voglio. Decido una figura e c'è sempre qualcosa che mi reprime, i punti che avevo accumulato nei tanghi di prima li vedo volare via come moscerini. Finché, improvvisa e paralizzante, non mi viene in mente un'idea. " Senti, Antonella. Perché non ce n'andiamo giù alla caletta dei nudisti? " Te lo dico così, senza pensarci, ho radunato le mie monete sul tappeto verde e me le sono giocate tutte sullo stesso numero. Ti stacchi dall'abbraccio, i tuoi occhi nocciola mi fissano perplessi. " A ballare, dico, eh! " puntualizzo, non vorrei che pensassi male, cioè, troppo male. " C'è una piattaforma di marmo dove la gente prende il sole, con gli scogli intorno. Sta proprio qui sotto, la musica ci arriva. " Con un colpetto della fronte indico la bolgia in cui siamo intrappolati. " Qua è diventato impossibile. " " E se la musica non si sente? " " Se non si sente, torniamo su. " Ti prendi una pausa, valuti pro e contro. E dai, dimmi di sì, dimmi di sì, dimmi di sì. " Va be'. " Sgusciamo fuori dal cerchio. " È una cala fantastica, sono sicuro che ti piacerà. " Dopo aver valicato gli scaloni della cavea, ci allontaniamo nella penombra del cielo stellato. La vita notturna del villaggio l'hanno isolata qui, su quest'altura verdeggiante a picco sul mare, anfiteatro e discoteca. Le camere stanno in basso, al livello della spiaggia, distribuite in più schiere di casette bianche, di quelle con l'intonaco graffiato. Per arrivarci bisogna percorrere un sentiero in lieve pendenza, un chilometro abbondante, difatti c'è un trenino che fa avanti e indietro dall'ora di cena fino all'alba. Noi però svicoliamo dalla strada maestra, imbocco un viottolo secondario che ci conduce sull'orlo del breve precipizio, sotto di noi, il rollio delle onde che sbattono pigramente sugli scogli. Ti conduco per mano verso la rampa di scale che s'insinua nella roccia. " Fai attenzione, si scivola. " " Capirai, con le scarpe da tango " scendi un gradino dopo l'altro con la flemma di una bambina di due anni. " Sei sicuro che andiamo bene? " " Tranquilla, vedrai che bello. " Tocchiamo il fondo. Per accedere alla pedana hanno cementato un pezzo di scogliera, si tratta di percorrere pochi metri, la parete di roccia da un lato e il mare dall'altro, quindi un ponticello. " Hai visto, che ti dicevo? " ti lascio al limite della pista, cammino fino al centro, ruoto su me stesso mostrandoti il paesaggio. " La musica si sente anche da qui. " Tendi le orecchie, annuisci. " Il pavimento è liscio, prova " tasto il terreno con le punte delle mie scarpe argentine. " Meglio che in anfiteatro. " Ti guardi intorno, la tensione non c'è più, spazzata via dal venticello tiepido. " Avevi ragione, mi piace. Non fa neanche caldo. " " Ci vengono i nudisti a prendere il sole, per questo è appartata. " " Peccato " sospiri. " Ci sarei venuta anche di giorno. " Già me l'immagino, i nostri corpi lucidi spalmati sui teli, il sole rovente, il profumo dell'olio al cocco. " Allora? " ti porgo la mano. Non dici nulla, ci metti sopra la tua, ti lasci abbracciare. Partiamo, io e te da soli, sulla piattaforma dei nudisti, schiacciati fra il mare, la parete di roccia e le stelle. Bastano pochi passi e ritroviamo la complicità, volteggiamo come se fossimo una persona sola, come se ci avessero programmato al computer. La prima canzone vola via così. Potrei ballare fino a domattina, perché no, ce n'andiamo a piedi al ristorante, facciamo colazione insieme, poi ognuno a preparare la sua valigia. Secondo brano. La musica giunge nitida anche se mescolata alla colonna sonora del mare. Vento, onde. E un motore che sgasa. Mi fermo. Ci voltiamo tutt'e due verso lo specchio d'acqua color petrolio, un riflesso, poi una sagoma scura che sfreccia verso il largo. Un motoscafo, riusciamo appena a intuirlo sullo sfondo buio pece. " Chi è? " mi domandi con un filo di voce. " Boh. È passato vicino agli scogli. " " Non aveva neanche una luce. " Sto pensando a una possibile spiegazione quando mi sento afferrare da dietro, vorrei gridare ma una mano invisibile mi tappa la bocca, un braccio anonimo sguscia fuori dall'oscurità e circonda le mie spalle. Qualcosa di duro mi scorre alla base del collo, non posso vederlo perché sono costretto a guardare le stelle. Un oggetto affilato, sì, un coltello. Neanche te posso vedere, Antonella, che succede, il silenzio che circondava i nostri tanghi si è riempito di voci soffocate, cerco di captare cosa dicono ma è una lingua incomprensibile. Dopo un po' la morsa si allenta. Abbasso la testa, sono circondato da un gruppo di persone. Uomini di colore, metto a fuoco, anche donne, sono carichi di borse, zaini. Ruoto la pupilla, ci sei tu qui accanto, Antonella, bloccata come me, gli occhi pieni di terrore. Uno degli uomini avanza verso di noi, coll'indice sul naso mi fa segno di stare zitto, gli faccio capire che va bene. La mano che mi sigilla la bocca scivola via, anche il coltello, ora sento la punta che mi punge la schiena. " Qu'est-ce que vous faites ici? " mi domanda. Questo mi suona, è francese. " Parlez-vouz français? " Gli dico di no, fosse inglese un po' me la caverei ma col francese zero assoluto. Sento mugugnare alla mia sinistra, sei tu, Antonella. Il tipo se n'accorge. Quando è sicuro che non te ne uscirai male ordina al complice di liberarti la bocca. " Parlez-vouz français? " ripete la domanda. " Oui. " Bene, che sollievo, si vede che nelle scuole di Brescia insegnano il francese. " Qu'est-ce que vous faites ici? " " Nous dansons. " Vado a intuito, gli hai detto che stiamo ballando. Quello si mette a ridere, cos'è, non avete mai visto due persone che ballano di notte in mezzo agli scogli. " Qu'est-ce que vous dansez? " " Tango. " " Tango? " ripete lui, si volta, ride ancora. Torna indietro, chiama i suoi compagni e iniziano a confabulare. Il francese l'hanno accantonato, usano l'altra lingua, sarà un dialetto africano, che ne so, non si capisce una sillaba. A poco a poco la conversazione degenera in uno scontro agguerrito, ho come l'impressione che il gruppo si sia spaccato in due, ignoro quale sia la causa del litigio. Cerco la risposta nel tuo sguardo, Antonella, quello che mi trasmetti conferma le mie intuizioni. È un processo, sì, stanno decidendo che fine riservarci. Il capo d'imputazione è chiaro, li abbiamo sorpresi durante uno sbarco illegale sulle coste italiane, chissà da quale buco nero d'Africa saranno salpati. Dopo un po' la contesa si placa, lui, quello che sembra il capo, viene da me col verdetto. " Il faut danser. " " Che ha detto? "  mi rivolgo a te, Antonella, sei tu l'interprete. " Vuole... vuole che balliamo " ti trema la voce. " Il faut danser! " insiste lui, tagliente. Ti guardo, Antonella, tu guardi me, mi sa che non ci rimane scelta. Tendo la mano, mi dai la tua, è gelida. Camminiamo verso il centro della piattaforma, i clandestini si spostano, formano una specie di anello. Però non c'è la musica, come facciamo a ballare senza musica. Sono quasi le due, quella merda di disk-jockey tira senza tregua fino all'alba, dov'è andato, questi qua se non cominciamo a ballare ci tagliano a pezzi e dopo ci buttano tra i pesci. Forse è solo una cortina troppo lunga, oppure il tizio s'è chiuso nel bagno, non so più che pensare. No, eccola che ritorna, la musica. Cavolo, è Libertango. Il tanguero medio firmerebbe per esalare l'ultimo respiro dopo aver ballato Libertango. Io no però, non mi va di crepare qua sotto, nella caletta dei nudisti di un villaggio vacanze. Non so se è la versione ufficiale di Piazzolla, ne hanno tirate fuori a grappoli, sia con gli strumenti classici che elettroniche. Questa inizia con l'arpeggio di bandoneon, in sottofondo le note basse di un pianoforte e il ritmo sincopato del charleston. Ci abbracciamo senza dire una parola. Te lo comunico con le sopracciglia, Antonella, non ho idea se riuscirò a ballare, mi sento le gambe paralizzate. Poi però entra la melodia, un organo hammond che squarcia in due la notte, e mi ritornano le forze. Parto di laterale, tu mi assecondi, affondo un passo dopo l'altro, deciso, quasi violento. Marco un ocho atras con precisione chirurgica, tu mi vieni dietro senza sbavature. Ti giro intorno, blocco il tuo piede, un invito al gancho. La tua gamba s'insinua nello spiraglio, un fendente secco e ripartiamo. Il pezzo rallenta, inizia l'assolo del bandoneon. Anch'io divento più dolce, col braccio dietro ti accompagno in un boleo ampio come la scogliera che ci stringe d'assedio. Poi ti riporto verso di me, la tua gamba s'attorciglia alla mia, qualche secondo in sospensione. Indietreggio di un passo, ti chiedo una volcada, con la gamba descrivi un cerchio nell'aria, incrocio e via. Siamo al finale, il brano diventa incalzante, la trama fluida del bandoneon si frantuma in una scarica di colpi secchi. Sacada, boleo, sacada, boleo, ogni battuta la sottolineo con una figura che ti porta fuori asse, ma ad ogni sferzata ti riconduco da me. Non ho mai ballato così, Antonella, te lo giuro, ho deciso di superarmi nell'ultimo tango della mia vita. La canzone sfuma, qui non c'è l'epilogo a due battute, Piazzolla era uno che rompeva gli schemi. Per cui la finiamo con le gambe stese, io avanti tu dietro, un corpo schiacciato sull'altro. Rimaniamo immobili ad ascoltare i nostri respiri affannati. Torniamo su, mano nella mano. Non ti lascio, Antonella, succeda quel che succeda. Nessuno applaude, i clandestini ci osservano in silenzio, sembrano statue. Il capo, sempre lui, esce fuori dal cerchio, fa un cenno al resto del gruppo. Uno dopo l'altro li vediamo abbandonare la pedana, s'infilano nel corridoio a ridosso della parete rocciosa, passano oltre la rampa di scale, s'inerpicano sugli scogli come granchi. Poi, superata la barriera, schizzano via sul prato in pendenza, verso il limite del villaggio. Racconto tratto dalla libro “La donna che ballava (il tango) in senso orario” di Mario Abbati pubblicato dall'editore Terre Sommerse Mario Abbati è nato a Roma nel 1966. Ha pubblicato i saggi “Ipercosmo, la rivoluzione interattiva, dai multimedia alla realtà virtuale”, Eurosma, 1994, e “Manifesto del movimento reticolare”, Musis Roma, 1996. Diversi suoi racconti sono apparsi in antologie cartacee e on-line. marioabb@hotmail.com
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