Suonano al campanello, mi alzo e vado ad aprire. Una donna. «Salve, sono Carla» tende la mano. «Piacere, Mario Del Zotto» gliela stringo. Lei si fa scappare una risatina. «L’ha trovato subito il posto?» le domando. «Sì, sì. In macchina ho il navigatore.» Allargo lo spiraglio e la faccio passare, lei entra, si guarda intorno. L'invito a seguirmi verso l'interno della casa. «Venga, le mostro dov'è la sala lezioni.» «L’accento argentino quasi non si nota» la sua voce alle mie spalle, mentre procediamo nel corridoio. «È una vita che sto in Italia.» Apro la porta del salotto, lascio che mi preceda. «Bello ampio» commenta una volta dentro, inizia a calpestare il parquet per saggiarlo. Porta un piumino rosso che l’incarta fino alle caviglie, scarpe da tango già calzate. «Le doghe le ho fatte venire da Buenos Aires» la informo con una punta d’orgoglio. «È come ballare in una milonga di San Telmo.» Ancora una risatina, bene, si trova a suo agio. «Vuole un caffè?» le propongo. «No, grazie.» «Allora sediamoci, così parliamo.» Lei annuisce, si volta spaesata. «Il soprabito lo dia a me» l’anticipo. «Glielo attacco fuori.» Si toglie il giaccone, sotto porta un body blu scuro che per quant'è attillato sembra che gliel'hanno scolpito addosso. Fisico asciutto e curve essenziali, la struttura c'è. «Vedo che è già vestita.» «Pensavo che mi facesse il test d'ammissione.» L’invito ad accomodarsi, io da una parte del tavolo, lei dall’altra. Regola numero uno, le gerarchie vanno sempre rispettate. Raccolgo la penna, apro il taccuino degli appuntamenti. «Al telefono mi diceva che era interessata ai miei corsi di tango.» Annuisce. «Da quant’è che balla?» «Due anni e mezzo.» «Potrebbe andare bene per un intermedio-avanzato.» Stavolta dice di no. «Le lezioni di gruppo non mi piacciono.» «Perché?» poso la penna. «C'è un sacco di gente, i maestri alla fine non ti seguono.» «Dipende dal maestro.» «Io adoro gli argentini.» «Ah…» sorrido, un po’ imbarazzato. «Ci sono maestri italiani bravi come gli argentini.» «Io di scuole ne ho frequentate parecchie» insiste. «Con gli argentini mi trovo alla perfezione» e strizza l’occhiolino. «Spero di essere all’altezza.» «Lei qui a Roma è il migliore, le mie amiche non dicono altro.» «Ballano con me?» «Me l'hanno consigliato loro di rivolgermi a lei.» «Chi sono?» «Daniela Colacicchi e Vania Morlupo.» «Ah, sì… le conosco.» «Sono rimaste molto soddisfatte dalle lezioni private» approva con la testa, elettrica. «Così ho deciso di tentare anch’io. Anzi, le voglio surclassare, voglio che lei dica che io sono più brava di loro.» «Lo vedremo col tempo» recupero la biro. «Quante volte ha intenzione di venire?» «Pensavo una volta a settimana.» Segno i dati sul taccuino. «Ogni lezione dura un’ora e mezza. La prima parte la dedico a postura e musicalità, la seconda alla tecnica.» Rimane impassibile, di solito quando lo dico, negli occhi di chi mi sta davanti lo capto forte e chiaro quel pizzico di delusione. Di postura e musicalità alla gente non gliene frega un tubo, a loro interessano le figure da teatro, l'esibizione. Per me anche il più banale dei sandwichitos può esprimere l'essenza del tango, ma per la massa no, starebbero un'ora e mezza a provare volcadas e back-sacadas. «Che ne pensa?» «Mi pare un ottimo programma. Io amo il tango in tutte le forme.» All'inizio sono determinate, poi, quando si rendono conto che per amare il tango sul serio, per sentirlo dentro, bisogna versare litri di sudore, s'inventano una scusa qualsiasi, il lavoro, la casa, e non si fanno più vedere. «Le sue amiche l'hanno informata su quanto prendo?» Ha un sussulto. «Veramente no.» «Cento euro a lezione.» Si porta le mani alla bocca. «Oddio mio! Pensavo di meno.» «L’ha detto lei che a Roma sono il migliore.» «Sì, lo so» abbassa la testa. «I prezzi sono questi, non sono più caro della media.» Torna a fissarmi, lo sguardo triste. «Allora mi sa che non me lo posso permettere.» Mi stringo nelle spalle. «Prezzi di favore non li faccio.» Si ravviva di colpo. «Non glielo direi a nessuno!» Nego con decisione. «Queste cose prima o poi escono fuori, lei lo sa l'ambiente del tango come funziona, è peggio di un paese. Con le sue amiche che mi conoscono, no, sarebbe un guaio.» «Non sono abituata a chiedere sconti però….» un lieve strato di porpora le tinge il volto, «sto in cassa integrazione.» «Mi dispiace» sono irremovibile. «Anche per me questo è lavoro.» «Ho il mutuo di casa da pagare.» «Senta, ma perché non viene di meno, che ne so, un paio di volte al mese. Così risparmia.» Il piano-B non le piace, scuote la testa. «Le mie amiche mi hanno detto che se non faccio almeno una lezione a settimana non serve a niente. E io le voglio dimostrare che sono più brava di loro.» Rimaniamo in silenzio, incerti su come procedere.                 «Lei qua vive da solo?» mi fa, all’improvviso. «Sì.» «È una casa bella grande.» Confermo. «La pulisce lei?» Mi prende di sorpresa. «No, veramente… viene una signora, ogni martedì.» «Quanto le chiede?» «Quindici euro l’ora...» la osservo con occhi dubbiosi. «Le stira pure le camicie?» «No, le porto in tintoria.» «Gliele stiro io.» «Cosa.» «Le camicie.» «Non ho capito, scusi.» «Io le stiro le camicie e lei non mi fa pagare le lezioni private.» «Ma che dice» mi metto a ridere. «Sì, sì» insiste lei, tutta eccitata. «Io so stirare benissimo.» «Una cosa del genere non gliela posso chiedere.» «Perché? Ho un sacco di tempo libero, sto in cassa integrazione.» «È assurdo, su, dopo se si viene a sapere.» «Non lo dico a nessuno, glielo giuro» incrocia gli indici e li bacia. «Nemmeno alle mie amiche.» «E poi non penso che mi converrebbe.» «Perché?» «Beh, in tintoria porto una ventina di camicie a settimana. Ognuna mi costa cinque euro. Per una spesa complessiva di...» «Cento» mi anticipa lei. «Appunto, così finisco in pareggio.» Ora è lei quella perplessa. «Una lezione gratis mi farebbe perdere cento euro» per trasmetterle il concetto m’impegno al massimo. «Se lei mi stira le camicie ne risparmierei esattamente altri cento. Non ci rimetto, però manco ci guadagno.» «Ha ragione!» sgrana gli occhi come se le avessi svelato il segreto dell'anno. Solleva una mano e si carezza il mento, trascorre qualche istante e torna a sorridere. «Oltre a portare le camicie in tintoria, la fa la spesa? Voglio dire, ci va lei o manda qualcuno?» «No, no... vado io.» «Suppongo che andrà al supermercato.» «Sì... al centro commerciale. Sta a pochi chilometri.» «Deve prendere la macchina.» «Certo.» «Allora ci vado io.» «Ma come sarebbe a dire, non....» mi viene da ridere. «Glielo faccio io un bel calcolo, adesso, sono brava anche coi numeri, sa» ingoia una boccata d'ossigeno, immagino tutti quei neuroni che cominciano a pompare. «Supponiamo che lei vada al supermercato una volta a settimana. Fra il viaggio d'andata, il tempo di fare la spesa e tornare, diciamo che perde un’ora.» E va bene, stiamo al gioco. «Un’ora che potrebbe dedicare alle lezioni private. Significa che le farei guadagnare altri cento euro.» «In effetti.» «Per non parlare della benzina che consuma, ma quella lasciamola perdere. Quindi, tornando a bomba, ogni settimana facendomi la lezione gratis lei ci rimetterebbe sì cento euro. Però gliene entrerebbero cento in più per il tempo che risparmia al supermercato. «Stiamo come prima.» «No, perché?» la sua fronte s'increspa. «Io sto dicendo che le vado a fare la spesa. Però che le stiro anche le camicie. In tasca le resterebbero cento euro.» «Ma scusi, come faccio... così mi diventa una donna di servizio.» «Non m'interessa guadagnarci, voglio solo che lei mi faccia la lezione gratis» si blocca. «A proposito di donna di servizio...» Mi sa che ho commesso un errore terribile a citarla. «Quanto ha detto che le prende a settimana?» «Quindici all'ora» ammetto con voce tremolante. «Dalle nove di mattina all'una di pomeriggio, quattro ore.» «Quindi spende sessanta euro a settimana.» «Sì.» «Ci vengo io! Sono bravissima a pulire, dovrebbe vederla casa mia, splende come una collana di diamanti.» Scuoto la testa. «Naturalmente per lei lo faccio gratis. Così oltre ai cento euro di prima ne guadagna un altro po'. In tutto siamo arrivati a centosessanta. Tanto che mi costa. Fra camicie, pulizie e supermercato al massimo perdo un paio di giornate.» È una tosta questa qua, ogni volta che cerco di smontarla tira fuori una storia diversa. Che vuole da me, sono solo un maestro di tango, mica lo so le amiche sue che le avranno raccontato.      «Non è una questione di soldi» potevo uscirmene prima, le avrei risparmiato lo sforzo. Ci rimane di pietra. «Lei vuole che io le regali un'ora e mezza di tango, ossia un servizio professionale. Si ricordi che io lo faccio per lavoro.» «Certo.» «Se vuole che il baratto sia equo dovremmo scambiarci due cose simili.» «Io una lezione di ballo non gliela posso dare.» «Ci sarà qualcosa che sa fare bene, no? Che non sia stirare una camicia o pulire per terra.» «Sono brava coi massaggi!» Scoppio a ridere, ancora una volta mi lascia sconcertato. «Sì, sì. Ho preso il diploma. Conosco la tecnica del massaggio shiatsu e di quello thailandese.» «I massaggi non m'interessano. Vado in un centro benessere. Il tango è tutto allungamenti e torsioni, bisogna che la colonna sia flessibile.» Ora mi chiederà quant'è la quota mensile che sgancio e ricominciamo con l'esercitazione di contabilità. «Gliene faccio uno. Adesso. Così vede come sono brava.» «Ma no, che dice...» Si alza in piedi. «Andiamo di là. Solo per provare.» «Di là dove?» «In camera da letto.» «Guardi che in camera da letto le mie allieve non le lascio entrare.» Precipita inerte sulla sedia, l'entusiasmo che trasudava dal suo volto non c'è più, ora mi fissa colma di rabbia. «Come si permette?» mi aggredisce con voce tagliente. Vorrei replicare, ma non mi esce un monosillabo. «Io non sono come le sue allieve di tango» lo sottolinea con sarcasmo. «Io sono diversa. Il tango lo amo e sono pronta a qualsiasi sacrificio pur di riuscirci, per questo ho deciso di venire. Ma a certi compromessi non scendo.» «Non intendevo assolutamente...» «Ché non lo so che le sue allieve di tango pagherebbero pur di venire a letto con lei. Anche le mie amiche. Me l'hanno detto che gli piacerebbe. Io no, però, a me interessa solo la lezione privata. I suoi video li ho studiati tutti, sequenza per sequenza, lei è il migliore.» «Offenderla era l'ultima cosa che volevo.» «Però a quanto pare non c'è modo di farla questa lezione privata» con uno scatto improvviso balza in piedi. «Dove sta il soprabito?» «Ma che fa» agito un braccio sperando di bloccarla. «Me ne vado» schizza via imbufalita. La trovo all'ingresso che s'infila il piumino. «Mi dispiace...» non so che inventarmi. «Anche a me.» Si lancia verso la porta ma io distendo la gamba e la blocco col piede, come in un tango. «Ho un buco il mercoledì. Dalle diciotto e trenta alle venti.» M’inquadra perplessa. «Non me lo posso permettere, gliel'ho detto. Sto in cassa integrazione, poi c'è il mutuo... » «La lezione te la faccio gratis.» Aggrotta le sopracciglia. «L'ho capito che non sei come il resto delle mie allieve. Fosse per me, a loro una lezione altroché cento euro. Gliela farei pagare il doppio. Perché loro del tango non hanno capito niente. Il tango è rispetto, sensibilità, delicatezza. Non c'entra niente con lo spettacolo.» Il suo volto contrito si rilassa, gli occhi tornano a illuminarsi. «Vengono qua entusiaste poi dopo due lezioni... ma perché non mi fai girare, perché non m'insegni il fuori asse.... allora mi rendo conto che non parlano del tango ma di un'altra cosa.» Dal suo sguardo trapela la stessa serenità di prima. «Tu mi hai fatto capire che per ballare con me saresti disposta a sacrificare qualcosa di più del tuo tempo libero. Le persone come te non sono comuni. Per questo ho deciso che la lezione te la faccio gratis. È un onore.» Ha gli occhi lucidi, li abbassa sul pavimento. «Il mercoledì dalle diciotto e trenta alle venti. Prendere o lasciare.» «Prendo» mi risponde con un filo di voce. Sposto il piede, apro la porta. «Ci vediamo mercoledì prossimo.» Oltrepassa la soglia, si volta e mi lancia un sorriso. «Grazie.» «Solo un favore» sollevo un dito. «Alle amiche tue non glielo dire, sennò da domani qua fuori c'ho la fila.» «Va bene» si fa scappare la solita risatina e sparisce giù per le scale. Chiudo la porta, guardo l'orologio ed emetto un sospiro. Bisogna che mi prepari, fra dieci minuti comincia la lezione privata. Mario Abbati è nato a Roma nel 1966. Ha pubblicato i saggi “Ipercosmo, la rivoluzione interattiva, dai multimedia alla realtà virtuale”, Eurosma, 1994, e “Manifesto del movimento reticolare”, Musis Roma, 1996. Diversi suoi racconti sono apparsi in antologie cartacee e on-line. contatti: marioabb@hotmail.com
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