Un brivido di terrore mi taglia in due non appena poso gli occhi sul manifesto in bacheca. Sopra leggo scolpite, stampatello più neretto, le trentuno regole del galateo del tango. E in basso, la seguente dicitura sottolineata: In questa sala è ammesso esclusivamente l'invito con "mirada" e "cabeceo" secondo la tradizione classica di Buenos Aires: l'uomo guarderà la donna negli occhi con intenzione, accompagnando il suo sguardo con un piccolo gesto del capo e soltanto dopo aver inteso che sarà ben gradito, si avvicinerà per condurla a ballare. Mi sporgo dalla fila e getto un occhio alla cassa, sono ancora in tempo per cambiare idea, poi però ripenso a Ivana e Francesca, le mie amiche, suppongo siano già arrivate. L'appuntamento era per le dieci e ho sforato di mezzora, sicuro che mi aspettano dentro. Non posso dargli buca pure oggi, mi metterebbero sulla lista nera, sono mesi che mi chiamano per una rimpatriata e io ogni volta che pospongo. Do una scorsa veloce alle trentuno regole, cercherò di comportarmi da bravo tanguero, voglio passare una serata tranquilla. Arriva il mio turno e sgancio con riluttanza i dieci euro del biglietto. "Lei è socio?" mi fa la biondina seduta al di là del bancone, fra le dita stringe un blocchetto di tagliandi numerati, accanto, due piccoli forzieri di metallo, uno per le banconote, l'altro per le monete, più in là una pila di fogli. "Veramente no." Preleva un modulo dal mucchio e me lo porge insieme a una biro. "Allora deve fare la tessera. Sono cinque euro." Rimango un attimo perplesso, la tentazione di scappare si fa ancora più forte. "Scusa, ma anche se vengo solo oggi?" "La tessera è obbligatoria" conferma, mentre sorveglia preoccupata la fila che si addensa alle mie spalle, sono arrivato nell'orario di punta. "Se viene la finanza e fanno un controllo, i guai li passiamo noi." Annuisco sconsolato, mollo i cinque euro e non se ne parla più. Mi rifugio in un angolo e riempio il modulo, boh, avrò messo piede in un centinaio di posti diversi, ma gli agenti della finanza non li ho mai visti. E poi non capisco perché in certi locali la tessera la danno gratis e in altri si paga, un giorno di questi il regolamento delle associazioni culturali me lo voglio studiare bene, magari scopro che conviene anche a me aprirne una, chi lo sa, pianto il lavoro e mi metto a staccare tessere obbligatorie. Finisco di scrivere e torno dalla biondina col foglio in mano. Lei apre un cassetto, fa apparire dal nulla la mia tessera, un quadratino di cartone dai colori sgargianti. Ci copia i miei dati e me la consegna, io ringrazio e l'infilo nel portafoglio insieme alla altre. Com'è ingiusta la vita, c'è chi il portafoglio ce l'ha gonfio per colpa della carte di credito, io perché ballo il tango. "Ma è vera questa storia del galateo?" prima di congedarmi, lancio un cenno rapido al manifesto appiccicato alla parete. "Certo" mi guarda male lei, aggrotta le sopracciglia. "Questo è l'unico posto di Roma dove si balla nello stile argentino di un tempo" lo dice con un velo di minaccia. Peccato che quella che mi accingo a varcare non sia la porta dell'inferno ma del Blanco y Negro, la milonga romana su cui girano le leggende più lugubri, l'unica dove si balla in autentico stile rioplatense, la strappa- biglietti me l'ha confermato poco fa. Dove se non rispetti alla virgola il galateo del tango c'è il rischio che arrivi un gorilla, ti bussi sulla schiena e ti chieda gentilmente di cambiare aria, altroché inferno, pure l'indirizzo mette paura, via Cupa civico quarantasette. Superato il bancone, una rampa di scale mi obbliga a scendere sottoterra, da lontano mi giungono suoni familiari, violino e bandoneon, immancabili in ogni tango che si definisca tale. La musica in crescendo mi guida per un lungo tratto di corridoio, sulle pareti, a intervalli regolari, vedo appesi quadri con una coppia di ballerini che volteggiano in pose diverse, ora in un giardino, ora su una spiaggia, lo sfondo cambia sempre ma lo stile no, ha un vago sapore impressionista, dal che deduco che sono usciti tutti dallo stesso pennello. Al termine del corridoio mi ritrovo di fronte a una tenda, la scosto ed eccomi nel locale. Per accedere alla sala dovrei scendere un'altra rampetta di gradini, ma in questo momento non posso perché è piena di gente incappottata come me. Giusto, non si può invadere la pista con un ballo in corso, è la regola numero uno. Bisogna aspettare che la musica finisca, approfittare dei trenta secondi dell'intermezzo e raggiungere il proprio posto prima che cominci una nuova sequenza di brani. L'età media nel circondario ronza una buona decina d'anni sopra la mia. Quando capito in posti così, con questi vecchietti arzilli che sgambettano avanti e indietro, i sorrisi stampati in faccia e gli ovali di sudore sotto le ascelle, sento i miei quaranta e rotti anni che si sgonfiano tipo palloncino bucato, di fronte a me, stesa come un lungo tappeto rosso, immagino ciò che resta della mia fulgida carriera di tanguero e mi sento invadere da una profonda sensazione di benessere. Quello che non capisco è come fanno le mie amiche a frequentare un locale come il Blanco y Negro, sono sincero, io prima d'invitare una donna un minimo di selezione la faccio, loro no invece, per loro basta e avanza che un uomo le sappia condurre, che si sentano trasportate in questo mondo parallelo di sensazioni oniriche speciali, loro chiudono gli occhi e buonanotte, poi se il tizio è alto un metro e mezzo, se pesa un quintale o se gli puzza l'alito, chi se ne frega. Ci siamo, termina la tanda e subentra la cortina, la piccola folla stipata sui gradini sfocia lentamente sulla pista, mi lascio trasportare dal flusso. Proprio accanto all'uscita, la cabina rialzata del musicalizador mi ricorda l'altana di un bagnino stile California. Sopra è arroccato un vecchietto smilzo che sarebbe indistinguibile dai clienti se non fosse vestito completamente di bianco più un sombrero di paglia in testa. Le sue mani armeggiano sulla console come i tentacoli di una piovra, con l'occhio vigile sorveglia un ambiente dalla forma oblunga, un corpo rettangolare diviso a metà da una fila di pilastri che verso la fine si allarga in una zona di più ampio respiro, col guardaroba da un lato e il bar dall'altro, i tavolini accostati lungo il perimetro. Li costeggio uno per uno alla ricerca delle mie amiche ma non le trovo, strano, le facevo puntuali. Senza di loro non mi azzardo a ballare, che scherziamo. Alla fine scelgo un tavolino defilato, mi siedo proprio quando comincia una nuova tanda. Brani che definire classici sarebbe fargli un complimento, stiamo alla preistoria del tango, quando esisteva solo l'analogico. In sottofondo si percepisce il fruscio della puntina che sfrigola sul vinile, suoni che pare di sentire una radio degli anni cinquanta, qua dentro secondo me un tango elettronico non l'hanno mai ascoltato. Se Ivana e Francesca non si fanno vive tanto meglio, prendo la consumazione al bar, me la scolo in santa pace e nel giro di un'oretta arrivederci, sono ancora in tempo per terminarlo da qualche altra parte questo venerdì sera. Invece no, nemmeno cinque minuti dopo - io distratto da una coppia che sembrano usciti tutt'e due da un quadro di Botero - un braccio mi si stende davanti offuscandomi la visuale. Seguo il braccio con lo sguardo e inquadro la persona a cui è attaccato. Una ragazza, starà intorno ai trent'anni. Ha i capelli marroni, le calano sulle spalle formando un nugolo di boccoli, un po' scombinata, anche la camicia beige che indossa è sdrucita, lei così longilinea ci sguazza dentro, i pantaloni verde militare, larghi pure loro, le scendono fino alle caviglie. Diciamo una tenuta un po' beat, solo le scarpe coi tacchi alti si mantengono fedeli all'abbigliamento standard. Passato lo shock iniziale, mi rendo conto che con quel braccio steso mi sta invitando a ballare. Sorride, le sorrido anch'io. Ma un istante dopo mi ricordo dove siamo, cioè ai margini del parquet del Blanco y Negro, l'unica milonga romana dove si balla secondo la tradizione di Buenos Aires di tanto tempo fa, e il sorriso scompare. Sant'iddio, ma che sei impazzita? Col tuo gesto innocente stai violando almeno cinque regole del galateo del tango, cinque al prezzo di una, ti rendi conto. Primo, non si parte a brano già iniziato, secondo, ti sei piazzata proprio sulla traiettoria più esterna dei ballerini, vale a dire, intralci la circolazione, terzo, mastichi la gomma a bocca aperta, quarto, qua dentro s'invita con cabeceo e mirada, mica stendendo braccia così, ma soprattutto, quinto, stai rischiando la vita perché una donna che si rispetti un uomo non l'invita in modo così esplicito, a meno che non faccia parte della stessa comitiva di amici. E io, ti dico la verità, sono sicuro di non averti mai visto. Prima che tu finisca schiacciata sotto i tacchi di qualche dinosauro in accelerazione, ti tiro per il braccio e ti faccio atterrare sulla sedia accanto alla mia. "Non l'hai letto il manifesto all'entrata?" ti domando col tono più allarmato che mi viene. Scrolli le spalle. "Così ti farai buttare fuori." "Tranquillo" emetti una risatina. "È l'ultimo rischio che corro." Aggrotto la fronte. "Lo vedi quello là?" indichi verso l'uscita. "Il musicalizador." "Mbè?" "È mio padre." "Ma va!" "Sono la figlia del gestore" non ne vai orgogliosa, un misto d'ironia e disprezzo. "All'età sua direi che se la passa bene." Schiocchi la lingua. "È un povero vecchio rincoglionito… guardalo, si crede di essere argentino." Lo metto a fuoco. "Col sombrero in testa mi ricorda uno di quei peones messicani…" "Lo sai perché il locale l'ha chiamato Blanco y Negro?" Mi stringo nelle spalle.  "Perché negli anni cinquanta, ai tempi dei tanghi che piacciono a lui, i colori non esistevano. Era tutto in bianco e nero. Foto, giornali, televisione." "Ora capisco." "Cosa." "La storia del galateo del tango." "Fosse solo quello" scuoti la testa, "è da quando sono nata che mi perseguita. Un uomo prigioniero delle regole. Quando ha scoperto il tango è impazzito, si è fissato che vuole copiare una milonga di Buenos Aires. Ma l'hai vista tu che gente bazzica qua dentro?" "Mi hanno invitato due amiche" fra la gente che bazzica qui dentro sono incluso pure io, sento il bisogno di giustificarmi, "non ero mai venuto." "Io invece sono allergica alle regole." "Allora perché non te ne vai da un'altra parte" torno a scansionarti dalla testa ai piedi, il tuo fisico essenziale dentro quei vestiti dall'aria sciatta. "Mi sembri un po' fuori contesto." "L'aiuto a ripulire, nei finesettimana. Di venerdì e sabato più o meno si riempie." "Non potrebbe chiamare una donna di servizio?" "Da quando ha preso il locale ne avrà cacciate una decina. Le pulizie vanno eseguite come dice lui, che scherziamo. Alla fine l'ha chiesto a me." "Pensa se non c'eri tu che gli davi una mano." "Guarda che mi faccio pagare, eh. Sennò col cavolo. E lui mi lascia libera di muovermi come piace a me." "Tipo avvicinarti al primo che capita e invitarlo a ballare." "Insomma, ti decidi o no?" Di nuovo quel braccio allungato, fosse per me lo taglierei. Come te lo spiego che qua mi sento sotto pressione, che non ballo perché solo a pensarci mi viene la pelle d'oca, ognuna di quelle trentuno regole mi pesa sulle spalle come un'incudine. E tu sinceramente non mi convinci, se il tuo approccio normale è quello di poco fa, figuriamoci cosa saresti in grado di combinare durante un tango. Ogni tanto in giro per milonghe qualche fuorilegge mi capita d'incontrarla, quelle che durante un pezzo romantico, nel momento di massimo pathos, ti scoppiano a ridere in un orecchio, quelle che si bloccano a centro pista e in pochi secondi ti sbrodolano la teoria tanguera universale, perché i piedi non si mettono così, perché se stringi troppo poi non riesco a girare, perché mi fai male con la fronte, quelle che si scusano, ti mollano là come un idiota e vanno a salutare l'amica. "Allora?" insisti. Però sei carina, come negarlo, se non ne approfitto adesso e quando mi ricapita. Perlomeno me ne tornerò a casa contento, sì, per aver avuto la sorte di stringere fra le braccia la dama più giovane e attraente del locale. "Se non ti alzi, fra un secondo ti trascino io in pista!" Schizzo in piedi come un fulmine, mi dice bene, la tanda è appena terminata. Ho voglia di stendere il braccio ma mi ricordo subito della nota sottolineata in calce sul famoso manifesto, qua s'invita con mirada e cabeceo. Ti fisso con la stessa intensità di un mago ipnotizzatore, un colpetto di lato con la testa, meglio di così non si può. Tu approvi, un sorriso e ti alzi. La cortina sfuma e inizia il pezzo successivo. Ci sistemiamo uno di fronte all'altra, ti cingo nel mio abbraccio, le mani libere si saldano. Vorrei partire però rimani inchiodata sul parquet. Insisto con una spinta più decisa. Finalmente ti muovi, ma non in avanti, mi costringi a ruotare di mezzo angolo giro, oddio no, che fai, così stiamo contro corrente. T'imploro con lo sguardo, lasciami invertire la marcia, ci provo ma tu non ne vuoi sapere, due secondi dopo parti al rovescio trascinando anche me nella tua follia. È la regola numero uno, anzi che dico, la numero zero. Nel tango si procede in senso antiorario. Ce l'hai presente o no come funzionano gli orologi, basta pensare alle lancette e il gioco è fatto. Qua stiamo violando qualcosa di sacro, tutti gli astri, sole compreso, nel loro moto apparente procedono da est a ovest, ossia in senso antiorario, i musulmani lo sanno bene, figuriamoci se uno di loro si sognerebbe mai di girare in senso orario intorno alla pietra sacra della Mecca, gli taglierebbero i piedi. Tu invece questa legge di natura hai deciso di trasgredirla così, passeggiando al ritmo di una canzone di cinquant'anni fa sul legno insidioso del Blanco y Negro. Ti sei piantata con la testa sulla mia spalla, un petto schiacciato sull'altro, mi costringi lungo la traiettoria proibita con un'energia che trovo difficile spiegare. Ogni volta che accenno a riprendere il controllo tu vanifichi il mio attacco, vorrei urlare ma come faccio, durante un tango non si parla. A un certo punto rinuncio, e va bene, balliamo come vuoi tu. Fra l'altro sei brava, non una di quelle che le devi trascinare manco fossero sacchi di patate, no, tu riesci a intuire in partenza quale sarà la prossima figura, nonostante stiamo appiccicati in perfetto stile milonguero, i nostri piedi si sfidano in un gioco incessante senza mai ostacolarsi. Man mano che procediamo mi accorgo dei ballerini che si scostano per non essere urtati, io non lo so se quest'uscita la trovi divertente, se è un modo per comunicare a tuo padre che non lo sopporti. L'unica cosa di cui ho il terrore è la punizione che presto o tardi c'investirà, me la sento dondolare sulla testa come una ghigliottina. Per limitare i danni ti spingo verso il centro, questo me lo lasci fare, così evitiamo di stamparci addosso a qualcuno. Gli altri sembrano interpretare la mia mossa, aggiustano le loro traiettorie e si distribuiscono sull'orbita più esterna, ecco, ora disegniamo due ruote che girano in opposizione. "Mi dici almeno come ti chiami?" ti sussurro in un orecchio, sperando che non ci senta nessuno. Niente, non rispondi, almeno questa regola hai deciso di rispettarla. Transitiamo di fronte alla torretta del musicalizador, con la coda dell'occhio mi ci arrampico sopra.  "Se tuo padre scende dal trespolo ci fa il culo a strisce" ti dico col solito filo di voce. Non mi degni d'attenzione, comunque sei viva, il calore del tuo respiro m'inonda il collo a intervalli regolari. "Mi ascolti o no?" Magari è uno psicopatico, che ne so, se i tuoi comportamenti l'hai ereditati da lui, la vedo male sul serio.  "Sta' tranquillo" ti svegli dal letargo, hai un tono così pacato."Non ci può fare niente." "Perché?" Ti sento sbuffare. "Perché in pista non si entra mai a ballo già cominciato. Lui una regola del genere non si sognerebbe mai d'infrangerla." "Peggio ancora" la tua spiegazione non mi soddisfa. "Quello aspetta che finisca la canzone e poi ci scanna davanti a tutti." "Ti dico di no" lo stesso sospiro di prima. "Sennò poi il brano successivo chi lo fa partire?" "Magari sullo stereo lascia il pilota automatico." "Lui lo decide lì per lì che pezzi mettere." "Sei sicura?" "Rilassati e pensa a ballare." La canzone sfuma, arrivano puntuali le due battute di chiusura e la milonga si trasforma nel museo delle cere, ogni coppia termina nella sua posa plastica. Anche noi. Se ci scattassero una foto sembreremmo due di quei fuoriclasse argentini quando chiudono un'esibizione e rimangono sospesi nel tempo. M'immagino un colpo di fucile, una coltellata nella schiena, invece no, tuo padre resta incollato là sopra. Però che situazione assurda, quello non vede l'ora di entrare in pista per castigarci, ma se lo fa infrange mezzo galateo del tango, tra l'altro di fronte al suo pubblico. Mi toccherà ballare con te fino all'orario di chiusura, senza soste, poi quando si accenderanno le luci scapperò via come cenerentola. Parte il brano successivo e mi spingi di nuovo contromano. "Senti, finiamola qui." "E dai, fammi ballare." Mi pianto coi piedi sul parquet, con tutte le forze. "Però giriamo come gli altri." "No!" lo dici quasi con rabbia. Aumenti la trazione ma io resisto, quando meno te l'aspetti scivolo di lato, per non cadere sei costretta a ruotare, lascio che l'inerzia ci faccia girare di centottanta gradi. Non appena mi trovo allineato sulla traiettoria giusta parto in avanti a tutta birra. Sono io che decido il senso di marcia, che cavolo, almeno nel tango le decisioni fatele prendere a noi uomini. Senza allentare la morsa, convergo verso il bordo della pista, voglio rientrare nel circolo, mescolarmi fra i ballerini e terminare la tanda nel più classico dei modi. Però non mi lasciano spazio, provo a inserirmi in uno spiraglio ma le coppie reagiscono con movimenti sincroni e lo sbarrano. Ripeto il tentativo due, tre volte, niente, vengo respinto senza pietà. "Lasciali perdere" la tua voce, appena un soffio. "Non capisco." "Ci hanno messo il marchio." No, non ci sto. Alla mia destra noto un buco libero, una torsione brusca e mi ci fiondo. Sto per spiccare il salto finale e reinserirmi nella scia, ma tu me l'impedisci facendo leva sul tuo corpo. Mi stacco quel poco che basta per guardarti negli occhi. "Perché no?" "Se ti capita la possibilità di cambiare, bisogna che te la giochi bene" il tuo corpo torna malleabile, come se avessero levato la corrente. "Decidi tu." Sono le ultime parole che ti sento pronunciare, poi ti accucci di nuovo sulla mia spalla. Resto immobile di fronte al bivio, il varco è ancora aperto, ci sarebbe quest'ultimo passo da compiere ma il mio piede esita. Due secondi e la ballerina subito dopo si mette di traverso, sventaglia una raffica di boleos ad altezza uomo, tanto per farmi capire che se io taglio la strada a lei, lei taglia una gamba a me. Ti riporto verso il centro della pista, in solitudine. Gli strumenti li percepisco come se suonassero ciascuno per conto suo, pianoforte, contrabbasso, violino e bandoneon. Mi lascio trasportare dalla musica. Non distinguo più i colori, solo un bagliore nebuloso che oscilla al ritmo del brano e le sagome dei ballerini che ci scavano dentro le loro traiettorie. Il mondo del chiaroscuro. Sfilo accanto ai tavoli, su ognuno di loro scintilla una candela. L'altana è scomparsa, sia lei che la figura smilza di tuo padre. Al posto loro c'è un palchetto risicato con sopra sei musicisti con le camicie di raso, le giacche nere e i papillon, sembrano usciti da un film di cent'anni fa. "Che succede?" ti domando. Mi zittisci con un soffio. Non siamo gli unici sovversivi a ballare in senso proibito, facciamo parte di un cerchio che gira con pigrizia al centro della sala. Intorno, una ruota concentrica che procede al contrario. Ognuno si sceglie il verso che vuole, senza troppo galateo. Cerco di mettere a fuoco qualche viso ma non ci riesco, solo ombre. Mi stringo a te come un polipo, non lo so, potresti svanire e io rimanere intrappolato in questa specie d'incantesimo. Già mi vedo che esco da qui e la gente che si gira al mio passaggio, i volti stupefatti, i bambini che attaccano a piangere neanche avessero incrociato il peggiore dei mostri. Sì, perché più mi guardo - la manica della camicia appesa alle nostre mani congiunte, le gambe dei pantaloni che si stirano ogni volta che allungo il passo -  più mi convinco che sono diventato come questo locale qua. In bianco e nero. Mario Abbati è nato a Roma nel 1966. Ha pubblicato i saggi “Ipercosmo, la rivoluzione interattiva, dai multimedia alla realtà virtuale”, Eurosma, 1994, e “Manifesto del movimento reticolare”, Musis Roma, 1996. Diversi suoi racconti sono apparsi in antologie cartacee e on-line. contatti: marioabb@hotmail.com
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