Nove meno un quarto, gli occhi li tengo fissi sul portone ma non ti vedo arrivare. Spero che il ritardo non si prolunghi, stasera ogni movimento deve essere sincronizzato alla perfezione. L'idea m'è piaciuta subito, da quando ho ricevuto quella telefonata sul cellulare. Ero in ufficio, il numero non mi diceva nulla. " Ciao, sono Alessio. " Sono rimasto in apnea per qualche secondo. " Alessio! " ha ripetuto con enfasi. Allora ho capito che era quell'Alessio là, il tuo aiutante, giù alla scuola di ballo. " Scusami, non t'avevo riconosciuto. " " Non ti preoccupare " in canna doveva avere un colpo grosso, la sua voce era carica d'emozione. " Senti, avevamo pensato a qualcosa d'originale per il compleanno di Donatella. " Già, il tuo compleanno, una data che mi pesa sulle spalle peggio di un macigno. Ogni volta che s'avvicina entro in crisi. Il problema del regalo di solito lo risolvo senza spargimenti di sangue. Quello che mi frega è la scelta del ristorante, ne devo trovare sempre uno nuovo, originale, visto che sei in grado di ricordarti di un profumo o un sapore a distanza di mesi. " Andate a cena fuori, giusto? " Ho pregato che non mi chiedesse dove, visto che a pochi giorni dall'evento ero ancora in alto mare. Gli ho risposto con un grugnito affermativo. " Le stiamo preparando una coreografia. In segreto. Io, Federica e gli altri. Per ballare di fronte a lei, cioè… di fronte a voi. " " In mezzo alla gente? " " Abbiamo trovato un posto speciale, è il ristorante di un amico nostro. Ci mette a disposizione una saletta, solo per voi due. Entrate, vi mettete seduti, la luce si spegne e parte la musica. Al resto ci pensiamo noi.  " Non potevo credere ai miei timpani, un'euforia imprevista m'ha riempito il cuore, con la sua proposta bislacca Alessio l'aiutante stava risolvendo il mio problema numero uno. " Dimmi che devo fare. " Nove in punto, ecco che spunti dal portone. Scendi le scale col tuo passo cadenzato, è come se sotto quei tacchi ci fosse sempre una pista da ballo. Apri lo sportello ed entri. " Ciao " ti allunghi verso di me e mi dai un bacetto sulle labbra. " Auguri " bacetto di risposta. Giro la chiave e accendo. " Dove mi porti? " il tuo sorriso è pieno di curiosità. " Sorpresa. "  Ingrano la marcia, premo l'acceleratore e l'auto salpa dal marciapiede. " Mmm… quanto mistero. " Spero di ricordarmi la strada, Alessio me l'ha spiegata con abbondanza di dettagli, dovrei farcela. Per le nove e mezza. Pensa se mi perdo, con quelli, là, travestiti da ballerini di Buenos Aires, che aspettano dietro le quinte fino a domani. " Come va? " " Un po' stanca. " " Hai fatto scuola. " " Mercoledì do lezioni private. Lo sai, no? " un lieve sbuffo di disappunto, giri la testa verso il finestrino. Annuisco in silenzio. In realtà non lo so, o meglio, stiamo insieme da quasi tre anni però la tua agenda selvaggia non l'ho ancora memorizzata. Che ci posso fare, è la prima volta che mi fidanzo con una maestra di tango argentino. Certo, quando stiamo in milonga mi sento lusingato da tanta attenzione, la gente ti ama, ogni volta ricevi montagne di complimenti, la luce che rifletti scalda anche me. Devo ammettere però che ho qualche difficoltà a stare dietro ai tuoi numerosi impegni professionali. Lunedì, mi pare, corso principianti e a seguire intermedi-avanzati al circolo sportivo, martedì ripeti però in quella discoteca là, come si chiama, mercoledì, ah, già, mercoledì è oggi, quindi lezioni private, giovedì… oddio, giovedì… circolo sportivo, no, abbiamo già detto che ci vai di lunedì, ma forse mi sbaglio, che casino. " I ragazzi della scuola t'hanno chiamato per gli auguri? " sondo la situazione, magari qualcuno senza volerlo s'è tradito, tu hai capito tutto e ora stai facendo la parte per non rovinare la messinscena dei tuoi cari allievi. " Abbiamo festeggiato ieri. Al circolo. " Quindi al circolo ci vai di martedì, me lo segno. " Ti vogliono bene sul serio. " " Mi considerano un'amica, oltre che la loro maestra. " No, dal tono di voce direi che non sospetti nulla. " Sai che mi hanno regalato? " I tuoi occhi mi fissano con insistenza, manco so il martedì dove tieni il corso di ballo, figuriamoci se indovino i regali. " Scarpe? " " No. " " Vestito? " " No. " " Musica? " " No. " " Libri? " " Ma dai! Che scontato. " Aspetta d'assistere allo spettacolino di stasera, poi ne riparliamo. " M'arrendo. " " Un ventaglio argentino " riveli entusiasta. " Con l'autografo di Zotto. " Scavo nella memoria ma dopo un paio di palate sono già stanco. " Zotto… " " Zotto, Zotto, Zotto! " scuoti la testa rassegnata. " Miguel Angel Zotto. Al mondo non c'è nessuno che balla come lui. Tre mesi fa ho partecipato allo stage che ha fatto a Napoli, non ti ricordi? " " Ah, quel Zotto là. " Ti sorveglio con la coda dell'occhio, torni a guardare fuori dal finestrino, gli argomenti di conversazione l'abbiamo già terminati. Il problema è che del tango non me ne frega un tubo, mi piace, sì, ma con una certa moderazione. Mentre per te è la vita. Va bene, non sta scritto da nessuna parte che un uomo e una donna che non condividono l'interesse smodato per il ballo non possano comunque raggiungere un equilibrio di coppia che li porti lontano. Però fra me e te non è così, il tango è come un muro che ci separa, lo sento a pelle. Ecco perché nelle occasioni ufficiali non m'azzardo mai a invitarti, non ti voglio mettere a disagio. Se capitiamo in una di quelle milonghe mezze deserte dove puoi muoverti in libertà, ti fai coraggio e sei tu a trascinarmi in pista, sperando che nel frattempo sia migliorato. Ma l'esito non cambia mai. Ci provi a impegnarti, stai là che mi dai mille suggerimenti, poi, quando ti rendi conto che la risposta da parte mia è zero virgola qualcosa, lasci che il pezzo sfumi, mi dici la solita frase, cioè che non ci metto l'anima, e mano nella mano, quel sorriso un po' artefatto, mi riporti verso la mia sedia. Quella che scaldo, per ore, ogni volta che decido d'accompagnarti in una delle tue serate. Visto che se non ti seguo io in quei posti, di occasioni per stare insieme dopo ce ne rimangono ben poche. Perché tu devi essere presente, i tuoi allievi ti devono vedere. I principianti, soprattutto, la carne fresca che alimenta i tuoi corsi. E l'elite degli avanzati, quelli che inquadrano la truppa e la portano avanti secondo il codice militare della tua scuola, che pensano e montano le coreografie più originali. Come quella di stasera. " Ma che superi il Raccordo? " chiedi allarmata, dopo una lunga fase di silenzio. Annuisco senza staccare gli occhi dalla strada. " Sta un po' fuori. " Chissà in testa cosa ti frulla, starai pensando a un ristorante in stile rustico, magari un agriturismo, su, verso i Castelli. Invece mezzo minuto più tardi svolto a destra. L'incrocio dovrebbe essere quello corretto, è una fetta di periferia, questa, che non ho mai bazzicato. Oggi non si ammettono errori, per non perdermi mi sono stampato nel cervello mezzo stradario di Roma. Lancio un'occhiata di sbieco alla targa di marmo sorretta dal palo verde, via Carlo Santarelli, sì, è lui, mi sento sollevato. Un viale piuttosto lugubre, la luce fioca emessa dai lampioni riesce appena a scalfire la coltre di nebbia. Prove tecniche di città. L'ultima volta che l'hanno asfaltato secondo me risale al medioevo, ci stanno più crateri qua che sul suolo lunare. Fatico per mantenere una traiettoria rettilinea, ai margini vedo aggirarsi sagome sospette. M'aspetto un commento velenoso da un secondo all'altro, finché, al termine del canalone, una luce azzurra.  " Siamo arrivati. " Le mie parole ti scuotono dal torpore. Inarchi la schiena, porti il busto avanti, come se stessi per lanciarti in uno dei tuoi tanghi. " Quello? " il tuo dito si solleva e indica l'unica insegna brillante che dà un senso a questa strada, c'è scritto, dall'alto verso il basso, le sorelle. Lo so, ti chiederai come mi sia venuto in mente di portarti a cenare in quest'avamposto, diciamo, un po' defilato. " Da fuori non è un granché. Però è speciale, vedrai. " Ti guardi intorno, cercando indizi che mi diano ragione. " Qualche macchina c'è. " Sono i tuoi discepoli, ovvio, stanno già tutti dentro da almeno un'ora, stipati in qualche anticamera, pronti a saltare fuori non appena ci saremo seduti. Hanno deciso tutto loro, il posto, la sala, il sottofondo musicale. Io faccio da spalla, avambraccio, gomito, non riesco a inquadrare il mio ruolo, di sicuro non sono il protagonista. Accosto una ventina di metri dopo il ristorante. Scendiamo in strada. Ti fissi sulle auto parcheggiate, oddio, e se ne riconosci qualcuna, quella di Alessio per esempio. O quella di Federica, l'altra fuoriclasse del tuo corso avanzati. Una precisa come te sarebbe capace di schedare anche le targhe. Alessio e Federica. Ballano sempre fra loro, nelle mie apparizioni passive non l'ho mai visti mescolarsi alla plebe. Una volta te l'ho chiesto se stanno insieme pure nella vita normale, tu m'hai risposto di no, misteri della danza. Raggiungiamo l'ingresso del locale, apro la porta, entro e scruto, quando sono sicuro che non esistano minacce ti lascio passare. Il galateo del tango, le rare volte che mi lancio, lo calpesto dalla prima all'ultima regola, ma su quello tradizionale mi difendo bene. Ci accoglie un cameriere d'età indefinita, rozzo come il ristorante. Basso e massiccio, il muso butterato e due mustacchi da record europeo.  " Buona sera " prendo l'iniziativa. " Avremmo prenotato… " " Ma, certo! " m'anticipa con uno slancio fuori luogo, tu non ci fai caso, sei perplessa. " Seguitemi. " Attraversiamo il salone principale, desolato, solo una coppia rintanata in un angolo. " Non c'è nessuno " il tuo sibilo comincia a denotare una vaga inquietudine. Ti rassicuro con un gesto della mano. Resisti ancora qualche minuto, ti prego, fammi terminare la parte senza sbavature. Il cameriere spalanca le ante di una porta a vetri, c'invita a entrare con un mezzo inchino. " Prego. " Una sala quadrata, dieci metri per lato, pareti bianche senza pitture o altri fregi, un soffitto anonimo nel quale è incastonato un neon rettangolare. Hanno disposto i tavoli lungo i muri, tranne uno, più spostato verso il centro della sala, che è stato imbandito con tanto di moccolo acceso. Avanzo imperterrito, tu mi segui a un metro di distanza, il tuo sguardo che mi bussa sulla schiena. Preferisco non voltarmi, mi trasformeresti in una statua di sale. Arrivo al tavolo, scosto la sedia, aspetto, togli il soprabito e t'accomodi silenziosa. Mi siedo anch'io. Faccio un cenno al cameriere e lui sbarra la porta. Prima che tu schiuda le labbra per maledirmi in eterno, le luci s'abbassano, dalle casse acustiche sospese agli angoli del soffitto fuoriescono scricchiolii che sanno d'antico. Le note di un tango d'epoca. Sarà Juan D'Arienzo, o Carlos Di Sarli. Prima di buttarmi nel tango erano dei perfetti sconosciuti, ora me li sogno pure di notte. La porta a vetri torna ad aprirsi, ma non è il cameriere. È Alessio che irrompe, camicia bianca su pantaloni neri, una mano a mezz'aria. C'è Federica agganciata a lui. E dietro, uno dopo l'altro, i ballerini del corso avanzati della tua scuola, dodici coppie in tutto, nessun assente. Sfilano davanti ai tuoi occhi increduli, gli uomini incravattati, le donne in abito lungo, gli spacchi sulle cosce, tutte coi capelli stirati all'indietro, rose infilate un po' dovunque. Ma io sto fissando te. Grazie all'angolo favorevole riesco a percepire la patina d'umidità che s'è addensata sulle tue pupille, sei commossa, ti sforzi per non scoppiare in lacrime. E dai, Donatella, girati, non pretendo che mi ringrazi in ginocchio però, almeno un gesto di complicità. Invece no, sei ipnotizzata sui tuoi allievi, sono loro la tua vita, non io. Perché hai scelto me? Non sono un adone, ho pure un principio d'alopecia. Forse per guadagnare punti dovrei pelarmi a zero, farmi un tatuaggio alla moda. Quando t'accompagno in milonga, i commenti che mi vibrano intorno li sento forti e chiari. Ma come fa a stare con quello, che coppia male assortita, manco è capace a ballare. Non ci mette l'anima. Perché invece di stare con me non ti prendi uno di loro? Alessio, per esempio. O Gunther, quello d'origine tedesca, lui oltre a saper ballare è anche un tipo brillante. Si dispongono in cerchio, una coppia dopo l'altra, iniziano a ruotare in senso antiorario. Eseguono con un sincronismo perfetto le figure che gl'insegni a lezione, ognuna ha il suo nome argentino, come al solito non me li ricordo. Sono bravi, è innegabile, mi chiedo a quante ore del loro tempo libero avranno rinunciato per ripetere la stessa sequenza fino alla paranoia. Senza l'ombra di un compenso fra l'altro, perché tanto, alla fine del mese, chi riscuote sei sempre tu, Donatella. La coreografia si prolunga senza stonature, finché la musica sfuma ed entra sparato il brano successivo, Desde el alma, uno di quei tango-vals che ti piacciono tanto. I ballerini si fanno da parte, il cerchio s'allarga. Ma certo, è il momento del compleanno porteño. Una volta è toccato pure a me, l'anno scorso, sei stata tu a organizzarmi la sorpresa. Stavamo in un locale, a un certo punto il musicalizador ha interrotto la serata annunciando al pubblico che si festeggiava un compleanno, cioè il mio. La gente ha sgombrato la pista, io sono rimasto al centro e per una canzone, una sola, tutte le donne del locale sono state autorizzate a ballare con me. Venti secondi una, poi ne arriva un'altra, bussa sulla spalla della prima, lei si scansa e la fa entrare, e così via, finché non si esaurisce il pezzo. Me lo ricordo bene, soprattutto perché m'aspettavo che l'ultimo trancio di canzone venissi tu. Invece no, ti sei vergognata. Alessio al telefono m'ha detto di restare seduto fino al termine dell'esibizione, ci pensano loro. Se sono dodici e ognuno balla con te per quindici, venti secondi, una mia ipotetica entrata potrebbe avvenire solo a brano già concluso. Ti alzi e con passo felino procedi verso il centro della sala. Uno dei ballerini si stacca dal bordo e ti raggiunge, vi abbracciate e iniziate a volteggiare con eleganza, i sorrisi stampati in faccia. Uno dopo l'altro, i cavalieri del corso avanzati fanno la staffetta per regalarsi uno scampolo di tango con la loro maestra. Le ragazze se ne stanno immobili lungo i muri, cellulari e videocamere puntate sulla scena. Sta per finire. È Alessio, come c'era da aspettarsi, che s'è prenotato l'ultima frazione, avrà pensato di sicuro a un finale da teatro. Combaciate alla grande, bastano pochi secondi e non so più chi dei due sia la maestra e chi l'allievo. Quando Alessio, dopo che gli ho bussato su una spalla, si gira e mi vede impalato a due centimetri dal suo naso, ha come un sussulto. I suoi pensieri glieli interpreto al volo. Che ci fai qui, tu, principiante da strapazzo, al centro della pista? Mi dispiace Alessio, devi cedermi il testimone, lo esige il compleanno porteño, un tuo rifiuto equivarrebbe a una violazione palese del galateo del tango. Sono un uomo, e come tale ho diritto a ballare un frammento di canzone con la festeggiata. Infatti dopo un attimo di paralisi si mette da parte, mi lancia uno sguardo che non riesco a decifrare e ripiega verso gli altri. Il tuo di sguardo, invece, parla chiaro, Donatella, è quasi una preghiera. Mi stai chiedendo di tornare a posto, sulla sedia di sempre, per evitare questa figura di merda a tutt'e due. Ma io ti cingo con un abbraccio pericolante e parto senza indugi. Esordisco con un pestone, mi spiace per le tue unghie colorate. Tu incrini un angolo della bocca, ingoi il dolore senza spiccicare una sillaba. Smettila, ti prego, implorano i tuoi occhi, manca ancora abbastanza prima che finisca, staccati da me e lascia che sia qualcuno di loro a concludere, c'è tempo, dai. Io però sono deciso a finirlo tra le tue braccia questo tango- vals, almeno stavolta. Ti tiro verso di me per farti ruotare sull'asse, sei obbligata a iniziare un ocho dietro, alla seconda oscillazione ti blocco col piede destro, un invito al gancho. Siamo troppo lontani, sembri scongiurarmi, non così. Aumento la pressione sul piede, alla fine sei costretta a piegare la gamba, ne esce fuori una torsione sbilenca, debole, perdi l'equilibrio ma io ti riporto in traiettoria con uno strattone. La musica sale di tono, preludio al finale, c'è tempo per un'ultima figura. Non so che inventarmi, ah, sì, un bel boleo o voleo, o come cavolo si chiama. Ti stringo la mano con forza, con l'altra t'afferro per un fianco e inizio a scuoterti come un bambolotto, da una parte all'altra, lo so, non è il massimo. La canzone è giunta all'epilogo. Alzo il braccio sinistro, oramai sei un automa, flaccida, assecondi ogni mio ordine. Carico e ti costringo a un giro completo, fuori tempo, ritorni frontale in piena accelerazione, mi sbatti addosso, scomposta, le pupille all'insù. Tan-tan! T'afflosci sul pavimento come un palloncino bucato. Mi rivolgo al pubblico, manco un applauso, mi guardate tutti come se fossi un marziano. Cellulari e videocamere sono spariti, ho paura che le riprese siano state interrotte al momento della mia apparizione. E se anche qualcuno fosse andato avanti, la versione ufficiale del film, quella che girerà su internet a disposizione dell'universo tanguero, sarà tagliata dalla censura. Ti osservo di striscio, Donatella, sei svenuta dall'emozione, ai miei piedi. Provo a immaginare un esito possibile per il nostro rapporto, la vedo nera. Una cosa però me la devi riconoscere. Che stasera, per ballare questo tango insieme a te, l'anima ce l'ho messa tutta. Racconto tratto dalla libro “La donna che ballava (il tango) in senso orario” di Mario Abbati pubblicato dall'editore Terre Sommerse Mario Abbati è nato a Roma nel 1966. Ha pubblicato i saggi “Ipercosmo, la rivoluzione interattiva, dai multimedia alla realtà virtuale”, Eurosma, 1994, e “Manifesto del movimento reticolare”, Musis Roma, 1996. Diversi suoi racconti sono apparsi in antologie cartacee e on-line. marioabb@hotmail.com
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