È appena partito un nuovo poker di tanghi e tutte quelle che avevo adocchiato se le sono spazzolate alla stessa velocità dei romani con le sabine. Col risultato che a bordo pista, oltre agli avvoltoi delusi come me, si aggirano solo cinquantenni sovrappeso. E Annarita. Cavolo, è proprio lei. Cammina facendo lo slalom fra i tavolini, se mi vede sono fregato. Ripiego nel vestibolo che raccorda le due sale da ballo, mi confondo tra le persone che sostano in coda di fronte al bancone del bar. Mi piace l'Almagro perché si può scegliere fra tango tradizionale o elettronico, così se mi stufo di ballare con Carlos Gardel o Juan D'Arienzo, percorro pochi metri e sprofondo in quelle atmosfere tecnologiche dove imperversano batterie e sintetizzatori. Ecco Annarita che passa, i riccioli scuri che le svolazzano sulle spalle, la seguo con la coda dell'occhio sperando che non si volti. Se ne va nella saletta del tango nuevo. Quando la via è sgombra torno alla pista principale, scandaglio il bordo alla ricerca di una ballerina che m'intrighi, in pedana c'è un discreto movimento di fanciulle. Merito del gestore e della sua formidabile trovata di far entrare gratis tutti coloro che non hanno ancora compiuto il quarantesimo anno di età, così recitava il bollettino su facebook, per avvicinare al mondo del tango anche le nuove generazioni in modo che possano scoprire, eccetera eccetera. Questa delle nuove generazioni, questo slancio d'apparente nobiltà, secondo me è una fregnaccia in piena regola, sono un maligno, lo so. Il problema è che l'Almagro, non si sa perché, s'era guadagnata questa nomea di milonga per pensionati. Luigi il gestore se n'è reso conto e ha tirato fuori dal suo cappello bianco l'idea dell'entrata gratis per gli under-quaranta, così tra una tardona e l'altra si struscia pure qualche giovane promessa. Eccolo là, i baffetti alla Errol Flynn, la falda del sombrero inclinata verso il basso, che sgambetta appiccicato a una bionda dall'aria sovietica. Osservo con attenzione la traiettoria fluida che disegnano intorno al pilastro centrale. Quando raggiungono il punto più lontano, torno a inquadrarla sotto l'arcata del bar. Annarita, ancora lei. Pure col tango elettronico le hanno dato buca. Sta tesa come una giraffa, il collo in avanti, che scansiona la pista peggio di un radar. Il suo sguardo intercetta il mio, solo un attimo. Forse m'ha visto. No, impossibile, fra me e lei calcolo almeno dieci metri, coi ballerini in mezzo, quelli che assistono sul ciglio. Però torno a sbirciare nella sua direzione e lei non c'è più. Mi sollevo sulle punte, la cerco e non la trovo, deve essersi inoltrata nella selva dei tavolini. Che poi, Annarita, manco saresti male, inclusi i tacchi delle scarpe superi il metro e ottanta in pieno relax, ti si nota al volo con quei bei riccioloni scuri che ti lambiscono i fianchi. Magra, coi glutei polposi. E a giudicare da quello che lasciano intravedere le scollature dei tuoi vestitini sempre di prima scelta, manco davanti stai messa male, nulla di esagerato, chiaro, ma in ogni caso due bombette degne di menzione. Sulla pista sfuma l'ultimo brano della tanda. Subentra la cortina, le coppie rientrano alle rispettive basi. Sondo i paraggi alla ricerca di qualcuna da invitare, ne adocchio un paio che farebbero al caso. Si fermano tutt'e due al limite della pedana, pronte a ripartire. Ci siamo, inizia la nuova quartina. Scatto come un centometrista, di fronte a me nessun ostacolo, sto già col braccio teso quando una morsa imprevista mi abbranca da dietro. Mi volto col cuore in gola. Appesa alla manica della camicia c'è lei, Annarita, che mi sorride con la sua dentatura da pubblicità. "Ciao!" "Ehi... chi si vede" lascio filtrare un mezzo ghigno. "Come stai?" "Che dici, balliamo?" Rimango perplesso. "Ti dispiace se aspettiamo il prossimo tango?" allargo il collo della camicia e ci soffio dentro. "Sono accaldato." Non è vero, è da mezz'ora che non ballo, le ho detto la prima frase che mi è venuta in mente, giusto per prendere tempo. Magari qualcuno l'invita al posto mio, oppure capisce che mi sono inventato una scusa e scappa via offesa. Invece no, si piazza accanto a me tipo guardia del corpo.   Le due ragazze sono sparite dal bordo, ho perso l'attimo e qualcuno più rapido se l'è arpionate al volo, le vedo che saltellano in pista tutte arzille. Potrei allontanarmi con un pretesto, che ne so, mi chiudo nei cessi per dieci minuti. No, qua il problema va affrontato alla radice, prima ballo con Annarita, prima mi tolgo l'incudine dallo stomaco. Fra l'altro, paradosso dei paradossi, nella danza ci troviamo bene, una volta abbiamo seguito uno stage, dopo due ore che stavamo appiccicati mi era venuta l'emicrania, però lei è una delle poche donne nel circondario che posso fissare negli occhi senza che mi venga la gobba. Il tango lo concepiamo nello stesso modo, entrambi balliamo in stile milonguero, che fra noi due esista una discreta affinità non si può negare. Il suo problema è un altro, parliamoci chiaro. È l'alito. Lei, poi, è una di quelle che tende a ballare girata dalla parte dell'uomo, naso contro naso, ogni esalazione che sprigiona dalla cavità orale s'insinua in diretta nelle mie narici. Fortuna che almeno gli occhi li tiene chiusi, così non può vedere le smorfie che mi escono fuori in quei momenti in cui, colpa dell'allineamento sfortunato tra le nostre vie respiratorie, il suo fiato mi sferza con maggiore virulenza. Infilo una mano nella tasca dei pantaloni, tiro fuori il mio pacchetto di gomme al gusto peppermint, prendo una pastiglia e l'ingoio. Poi l'allungo verso di lei. "Vuoi una?" Annarita si volta e analizza il contenuto della mia mano. "No, no!" si ritrae scandalizzata. Significa che proprio non te ne rendi conto, Annarita, oppure per un motivo che ignoro ti sto antipatico e i minuti che stiamo abbracciati li consideri un castigo che mi merito. Parte il secondo brano della tanda, mi volto, lei è là che sorride con le sue labbra pitturate di rosso. La prendo per mano, ci portiamo al limite della pista. Vorrei inserirmi ma accanto a noi c'è un ragazzotto biondastro col fisico da indossatore che piroetta come un tornado. In milonga lo vedo spesso, lo chiamo il giratore perché per lui il tango significa girare e basta, a camminare dritto proprio non ci riesce, fa un passo e subito dopo inizia coi suoi mulinelli pirotecnici. Uno di quelli con la faccia di pietra che non sorridono mai, che eseguono una figura e poi si guardano intorno per riscuotere qualche occhiata d'invidia, insomma, uno che si crede il dio del tango e in quanto tale mi sta sulle scatole.   "Scusami, Annari'" le sussurro. "C'è quel tizio che non si leva di mezzo." Lei si volta e l'inquadra. "Lascialo perdere. È uno montato." "Ci hai mai ballato?" l'osservo con attenzione mentre ci delizia con un triplo giro molleggiato. "Io dopo una canzone avrei la nausea." "Quello invita solo chi gli pare a lui." "Meglio per te." "Sembra che fanno l'esibizione. Per me il tango è un'altra cosa, io chiudo gli occhi e sogno." Il giratore trova il varco giusto e fugge via trascinandosi dietro la sua compagna. Annarita poggia la testa sulla mia spalla. Brava, chiudi gli occhi e sogna, anche perché, ti dico la verità, quando parliamo a distanza ravvicinata il tuo vizietto di alitosi non si sopporta. Serro l'abbraccio e parto. Provo a ruminare con enfasi la famosa gomma al gusto peppermint, magari le viene voglia. Ma lei non riesce proprio a leggermi nei pensieri, malgrado la bombardi di fiato al mentolo, cammina a ritroso come se niente fosse.   Il palchetto vip è un formicolio di sudamericani, mi hanno detto che è il compleanno di non so quale maestro, per l'occasione si è riunita la comunità argentina al completo. Mezzo metro più sotto, sedute sul gradino una a fianco all'altra, la solita sfilza di ragazze autoctone in abito scuro e i pantaloni con lo squarcio laterale per far vedere chi ha le cosce più sexy. Stanno là che chiacchierano con aria innocente ma ognuna di loro, nel suo intimo, aspetta solo che qualcuno degli argentini, là sul palco imperiale, cali giù e le scelga per una tanda da favola. Senza un diploma da maestro quelle è inutile che le inviti, prima mi fanno i raggi x e poi mi ridono in faccia. Annebbiato un po' dai miei pensieri, un po' dalle folate pestifere di Annarita, mi avventuro in una volcada birichina senza rendermi conto che invado il territorio della coppia che ci precede. È il giratore con l'amica sua, sta eseguendo una spirale complessa, la gamba d'appoggio piantata sul pavimento, l'altra che descrive nell'aria quei cerchi perfetti, mi fa pensare a un compasso. Quando me ne accorgo è troppo tardi, l'ennesimo dei suoi vortici a gamba tesa finisce sulla caviglia di Annarita. La mia amica lancia un gemito di dolore, si divincola dall'abbraccio e casca in ginocchio. Da quando è iniziata la storia degli omaggi, la pista dell'Almagro somiglia all'arena dei gladiatori, fra esibizionisti del tango-karate e principianti allo sbaraglio il rischio di rimetterci un piede non è trascurabile. Il giratore accorre in soccorso di Annarita, la gamba le duole così tanto che non gli concede nemmeno uno sguardo. "Oddio, scusami...  " "Non fa niente, dai" mollo al giratore una pacca amichevole, non può capire che favore mi ha fatto. Lui chiede scusa un'altra volta e si rimette in traiettoria. "Ce la fai a camminare?" bisbiglio ad Annarita, le coppie di ballerini che ci sfrecciano intorno. "Non lo so. Dammi una mano."   La prendo sottobraccio e sgusciamo fuori dalla pista. Mi avvicino al primo tavolo libero, ma lei oppone resistenza, mi guida in una zona defilata del locale, di fronte all'attaccapanni. Frana su una sedia, si vede che era accampata qui, sullo schienale vedo appesa una borsetta nera. Afferra un'altra sedia là vicino e ci stende sopra la gamba. In effetti sì, all'altezza della caviglia registro un ematoma che tende al violaceo. "Vuoi che ti prenda un po' di ghiaccio?" La smorfia di dolore si è impressa sul suo volto come una maschera. "Forse è meglio." Corro al bar e mi faccio riempire di cubetti una bustina di cellophane. Un minuto e torno da Annarita. M'inginocchio ai suoi piedi. Non arrivo nemmeno a sfiorarla con l'impacco, che lei scoppia a piangere come una bimba di cinque anni. "Che c'è?" "Niente" sembra una fontana, tante lacrime tutte insieme non le ho viste neppure ai funerali. "Lasciami perdere." "Scusa, non volevo mandarti addosso a quello." "Tu non c'entri" toglie le mani dal volto, ha gli occhi lucidi e le guance arrossate. "Vedrai" la rassicuro. "Col ghiaccio sopra, la caviglia torna come prima." "Sapessi che me ne frega della caviglia" tira su dal naso. Rimango interdetto. "Non lo capisco" scuote la testa. "Non lo capisco proprio." "Cosa." "Perché con me non ci ballano." Mi lascia senza parole. "Anche oggi sono rimasta un'ora seduta in prima fila. Niente. Poi ho cominciato a girare intorno alla pista. Gli uomini mi passano a un centimetro. Ciao, come stai… però mica m'invitano. In tutta la sera sei stato l'unico." Un fremito gelato mi scuote dalla testa ai piedi. "Io non lo so che succede alla gente, secondo me è questione di luna storta, boh. Eppure mi conoscono, a ballare ci vengo spesso." Vorrei esprimere un commento, ma ho le corde vocali paralizzate. "Ché prima ti sembravo strana? Intendo, quando ballavamo." Nego con la testa. "Secondo te…" si sistema la frangia ondulata della scollatura, poi l'orlo asimmetrico del vestito nero che si è ritirato fino alle ginocchia, "…che sono vestita male?" Faccio una smorfia come per dire che no, è elegantissima. "Comunque mi sa che l'ho capito" annuisce fra sé. "L'ho capito perché gli uomini non m'invitano." Rimango a bocca aperta in attesa del responso. "Sono troppo alta. Sì. Con me un uomo si sente in soggezione." Emetto un sospiro. "Tu sei alto come me, difatti mi hai invitato." Recupera la borsetta, ci cala dentro una mano. Rovista, la fa riemergere con un tubetto di plastica fra le dita. "Dev'essere una questione psicologica, non lo so. Il maschilismo. Fatto sta che di fronte alla donna alta, un uomo si spaventa." Sono attratto da quell'oggetto di forma cilindrica che volteggia nell'aria al gesticolare nevrotico della mano di Annarita. "Tutta la sera senza muovere un dito. Fortuna che ti ho incontrato, se no me ne sarei andata." Lo stappa e lascia cadere una pastiglia sul palmo dell'altra mano. "Ne vuoi una?" d'un tratto si ricorda che esisto pure io. A prima vista mi viene da pensare a una medicina. "Che rob'è?" Spalanca la bocca e butta dentro il confetto. "Gomma." Sono paralizzato. "Da masticare, dico. Alla cannella. Io vado matta per la cannella." Le punto addosso un dito incredulo. "Insomma, ne vuoi una o no?" mostra il tubetto dalla parte dell'imboccatura. "Ma prima l'hai rifiutata…" "Che scherziamo!" solleva le braccia al cielo in segno di scandalo. "Io quando ballo non se ne parla, ne faccio una questione di principio. Il tango è sinonimo di eleganza. Una donna che quando balla mastica, tutto è tranne che elegante." Il tono di voce è così fermo che stronca sul nascere ogni possibile obiezione. "Se un giorno dovessi vedermi in pista che mastico una gomma, ti autorizzo a non rivolgermi più la parola!" La osservo incredulo, il sacchetto pieno di ghiaccio che mi penzola da una mano. Se non mi sbrigo finisce che si scioglie. Lo avvicino alla caviglia e inizio a massaggiare.   Saranno gli stantuffi al gusto di cannella che m'investono in sincronia col respiro di Annalisa. Sarà il suo volto rilassato, gli occhi che si tingono di languido, le labbra rosse che fanno su e giù. Sarà la posizione propizia, il vestito nero arrotolato fino alle cosce, io che m'insinuo nelle pieghe fino a scorgere, più su, quel filetto di tessuto affondato nella peluria. Fatto sta che mi scopro col pisello dritto. "Mi scappa la pipì" se n'esce all'improvviso, il tono frivolo di una ragazzina. Smetto di palpare ma rimango là, perso negli anfratti del suo abito da sera. "Da sola non ce la faccio" prova a riproporre la smorfia di dolore, stavolta non è credibile. "Accompagnami tu." Poso il ghiaccio e mi rimetto in piedi, l'aiuto ad alzarsi. "Va molto meglio, lo sai?" sorride, mentre procediamo a passo di formica verso la toilette, il pacchetto, là in basso, che continua a tirare. "Sarà stato il massaggio." La scorto fino al bagno delle donne. Un'anticamera dove sta il lavandino, due porte all'interno. Sembra deserto. Entriamo, apro una delle porte. Lei mi sfila davanti. Prima di sbarrarsi dentro, mi lancia quel segnale là, non c'entra un fico col tango, la caviglia, l'eleganza, no, è una vibrazione diversa. Blocco la porta con un piede, entro pure io e la richiudo. "Ma..." L'obiezione di Annarita rimane ferma a quel ma. Un attimo dopo mi getta addosso le braccia e si avventa con ferocia sulla mia bocca, come se non baciasse un uomo da una vita. Il profumo del rossetto si mescola all'aroma di cannella, non capisco più niente. Mi sbottona la camicia, i polsi se li dimentica, un paio di strappi e la tira via. Sgancio le spalline del suo vestito lungo, lo calo giù insieme al reggiseno. Avevo ragione, Annarita ha due tette da spavento, me le struscia sui peli del petto muovendosi su e giù, mentre con la lingua mi spennella il collo stile imbianchino. "Scopami!" geme. "Voglio che mi fotti qui, nei cessi dell'Almagro!" Non ci posso credere, Annarita, poco fa parlavi di principi, il tango sinonimo di eleganza, ora ti esprimi con questi modi sboccati. L'azzanno peggio di un vampiro, affondo con le dita fameliche nella pasta gommosa delle sue chiappe, mentre lei smanetta agile con la cinta dei pantaloni. Pochi secondi e stiamo tutti e due in mutande. Annarita fa precipitare il coperchio sulla tazza, mi costringe a mettermi seduto. "Così!" toglie il perizoma, lo sguardo inchiodato sul mio arnese che è teso come un giavellotto. "Non ti muovere!" Poi succede quello che non doveva succedere. Annarita si ficca in bocca pollice e indice, estrae la pallina rossa al gusto di cannella e l'appiccica sulle maioliche della parete. "No, che fai!" "Con la gomma no." Non ora, ti prego, non mentre stai per planare con la patata sul mio coso dritto. Cerco di lanciare l'allarme rosso ma lei non lo raccoglie. Mi salta sopra, fa centro al primo tentativo, inizia a cavalcarmi con la foga di un'amazzone. Peccato che, dentro di lei, mi affloscio alla stessa velocità del suo alito, quando dal gusto intenso di cannella declina sul tono putrido di sempre. "Che succede?" "Non lo so..." "Mica ti bloccherai adesso, eh!" la sua voce suona minacciosa. "Fammi venire, dai." Ogni fonema che emette mi colpisce in faccia con la violenza di una frustata, provo a girarmi, niente, galleggio in una nuvola di vapore radioattivo. Dopo un po' il moto oscillatorio rallenta. Fino a fermarsi. Annarita si alza in piedi, getta un'occhiata pietosa in mezzo alle mie gambe. "Senti, è che qua nel bagno...  Mi dispiace, non ci riesco."   Annarita scuote la testa, recupera mutande e abito lungo che ha appeso al gancio. In pochi secondi ritorna l'Annarita che conosco io. Esce imbufalita, sento cigolare la porta accanto. Dopo un po' uno scroscio, allora era vero, la pipì le scappava sul serio. Tira la catena, sfreccia come un lampo nella fessura della porta socchiusa. Io stravaccato sul water, mezzo ubriaco, il pene moscio riverso sulla gamba. Mi giunge l'eco delle sue imprecazioni, qualcosa di brutto contro gli uomini. Penso che farei bene a rivestirmi.   Mario Abbati è nato a Roma nel 1966. Ha pubblicato i saggi “Ipercosmo, la rivoluzione interattiva, dai multimedia alla realtà virtuale”, Eurosma, 1994, e “Manifesto del movimento reticolare”, Musis Roma, 1996. Diversi suoi racconti sono apparsi in antologie cartacee e on-line. Illustrazioni tratte dall'opera di Xul Solar  (Alejandro Schulz Solari, 1887-1963), pittore, intellettuale e inventore argentino contatti: marioabb@hotmail.com
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