" Ti chiami? " " Mario Fratini. " Con la punta della biro scorre la lista. Io col fiato sospeso, come se stessi all'interrogazione di matematica. " Ah, ecco qua " traccia una croce accanto al mio nome, poi solleva lo sguardo e mi fissa asettica. "  Livello intermedi, giusto? " " È il terzo anno che ballo. " " Hai già partecipato al Tango Context? " " No, è la prima volta. " " I maestri faranno il test d'ammissione. Ognuno sarà associato al livello corretto. " Queste prove all'ultimo sangue dove ti giochi tutto in pochi minuti mi fanno salire l'ansia oltre quota ottomila. " È fondamentale che ogni gruppo sia omogeneo, altrimenti non si migliora. " Me l'avevano detto ma non ci credevo, qua è peggio che a saranno famosi, mi sento spaesato come se fosse il primo giorno di scuola. Fortuna che dura solo un finesettimana, quindici ore di lezioni spalmate dal venerdì alla domenica. Il famoso Rome Tango Context, la kermesse più ambita, quest'anno al Jolly Hotel, sulla via Aurelia. La gente prenota con mesi d'anticipo pur di attingere al fitto programma dei corsi, coi fuoriclasse del tango argentino che scendono dalle nuvole per mettersi a completa disposizione dei mortali. « Vedo che sei registrato sulla lista single » mi fa notare, mentre inserisce i dati al computer. «  Non hai una partner. »  A qualche amica l’ho proposto, sinceramente. Hanno fatto a gara a chi mi dava buca con la  scusa più originale. Fra chi andava al mare, chi aspettava la visita dello zio d'America, chi  aveva il ciclo, in cinque minuti di telefonate ho esaurito il ventaglio delle possibilità.   « Diceva che non era obbligatorio venire accoppiati. »   « Certo. Infatti la partner te l'abbiamo trovata noi. »  Ah che bello, anzi no, ora che ci penso un pizzico d’agitazione me lo fa venire. Ho acquistato il  pacchetto completo, con questa fantomatica partner, come la definisce lei, ci devo stare  appiccicato cinque ore al giorno, mica è banale. Indietreggio di un passo, così mi visualizza per  intero. « Non tutte si trovano bene con uno come me. »  Mi scansiona dalla testa ai piedi, non fa una piega.   « Nel tango il fisico è relativo » sentenzia, la voce salda.  Sì, sì, dite tutte così, poi quando state là a bordo pista, io che m'avvicino col braccio steso per  invitarvi, questa concezione spirituale del tango ve la scordate tutta d'un colpo.    « Come si chiama? » domando, pura curiosità.  « Chi? »  « La mia partner. »  Sbircia sul computer. « Roberta. Roberta Marsili. »  Ne prendo atto con un sì della testa, speravo fosse un volto noto, invece no, mai sentita. Qua  al Tango Context viene gente da tutta Italia, anche stranieri.  « È già arrivata, le ho dato il tuo nome. Ti aspetta nella sala intermedi. »  « Dove rimane? »  Si sporge verso fuori, punta il dito verso l'ignoto.   « Dopo gli ascensori, basta seguire i cartelli. Gli intermedi stanno nella Sala Bernini. »  M’incammino per la hall del Jolly Hotel, intorno a me niente d’originale, solito arredamento  minimalista coi divani in pelle, i tavolini di cristallo squadrati con le riviste sopra, gli schermi  piatti sintonizzati sul canale delle notizie, questo profumo di caramella permanente. Oltrepasso  la zona ascensori, eccolo là, scorgo il cartello. Sopra c’è il logo del Rome Tango Context e  sotto una freccia che m’invita a immettermi, come la star di un festival, sul tappeto rosso che si  srotola fino all’orizzonte. I corsi li tengono nelle sale congressi, tutte le porte sono spalancate.  Nel corridoio incrocio gruppetti di persone che discutono, altri che ridono, chi si guarda intorno,  chi sta seduto per terra e si cambia le scarpe. Raggiungo la Sala Bernini, entro, c'è un bel  casino di gente. Suppongo che ci avranno stipato tutti quelli che si sono iscritti al livello  intermedi, cioè, coloro che credono di valere come un intermedio, poi provvederanno loro, i  maestri argentini, a smistarci. In base al famigerato provino. Più ci penso più mi sale la  temperatura, spero che ci facciano ballare tutti insieme, così non richiamo troppo l'attenzione.  Qualcuno mi tira per la maglietta, mi volto ma non vedo nessuno. O meglio, ai miei piedi c'è  una tipa che mi scruta dal basso verso l'alto.   È piccola, dannatamente piccola. Le sue proporzioni sono perfette, a dire il vero, non c'è una  parte del suo corpo che stoni con il complesso, però è come se l'avessero fabbricata su scala  ridotta. In miniatura, ecco, una donna in miniatura.   « Sei Mario Fratini? »  Quando pronunci il mio nome mi prende una specie di paralisi.  « Sì... » rispondo con un filo di voce.  « Piacere, io sono Roberta! » mi tendi una mano piccina che potrebbe essere quella di una  bimba di dieci anni.  Allora sei tu. La tipa che gli organizzatori del Tango Context hanno scelto perché balli con me,  da oggi fino a domenica. Rimango impassibile, non ho il coraggio di stringerla quella mano.  « C'è qualche problema? »   Potrei risponderti con una frase diplomatica, però che senso avrebbe, l'iscrizione m'è costata  trecento euro, se le cose le mettiamo in chiaro subito, forse siamo ancora in tempo per  rimediare al disastro.  « Non pensi... » te lo dico ironico, tanto per addolcire la pasticca, « non pensi che io e te siamo  un po' incompatibili? »  « Perché? » la tua fronte s'increspa, mi guardi come se avessi pronunciato la più oscena delle  bestemmie. « Come perché... » faccio un passo indietro, come prima, tante volte da là sotto non mi vedessi  bene. « Peso più di centoventi chili! »  « Beh, allora? » non te ne frega niente. « Io sono alta un metro e trentacinque al garrese. Poi  se sopra ci metto il collo e la testa arrivo a un metro e mezzo preciso. » Una risata me la strappi.  « Quanto peseresti? »  « Fra i quaranta e i cinquanta. »  « Non ci siamo. » « Vedi che... » « Sì, sì » t'anticipo prima che mi sbrodoli addosso la solita storiella. « Nel tango le misure non  contano, me l'ha detto la segretaria pochi minuti fa. »  « Due persone per ballare mica devono essere uguali. »  « Uguali no. Ma almeno simili. » Colpa mia, a questi del Tango Context gli dovevo mandare la scheda con le misure. Ho lasciato  fare al caso e questo è il risultato. « Il tango è magia, consente di superare i limiti della materia. »  « A chiacchiere suona bene.  » « Ci sei mai andato in un locale di salsa? »  Che c'entra la salsa col tango, è come confrontare la nutella con la coda alla vaccinara.  « Hai visto che gente bazzica in quei posti? » lo dici con tono dispregiativo. « Palestrati, rasati  a zero, quelli coi tatuaggi a corona sui bicipiti. Le donne lasciamole perdere, quando le vedi  che s’aggiustano nei bagni sembra che partono per la guerra. Là chi è grosso fa di tutto per  apparire più grosso, chi è alto vuole apparire più alto. Il tango funziona al contrario, è magia  che annulla la materia. Chi è grasso si scopre leggero, chi è basso slanciato. »  « Della serie » ci rido su, « io mi convinco di pesare cinquanta chili e comincio a girare come  una trottola. »  « La teoria degli opposti uguali si vede che non la conosci. »  Oltre a essere piccola, sei anche un po' strana.  « È semplice » ingoi una boccata d'aria e gonfi il tuo petto in miniatura. « Gli opposti convivono  sempre in parti uguali. Se sono grassa dieci, sono magra dieci. Se sono alta dieci, sono bassa  dieci. » « Io sono grasso centoventi. Però la mia parte magra la devo ancora scoprire. »   « È proprio questo il punto » mi ammonisci agitando nell'aria il tuo indice filiforme. « Che una  parte si vede e l’altra rimane nascosta. Per tirarla fuori ci vuole la medicina giusta. »  « Tipo il tango. »  Mi dici di sì, chiudendo il cerchio del tuo ragionamento.  « E tu ci riesci a essere alta? »  « Mica con tutti. Dipende. » « Senti » metto le mani avanti. « Torniamo alla reception, siamo ancora in tempo. Gli diciamo  qual è il problema. Loro sicuro che si danno una mossa e in pochi minuti ci rimediano due  partner all'altezza. E al peso. »  « Ti arrendi senza provare. »  « Fra un po' c’è il test » mi viene voglia di sollevarti e scuoterti come un bambolotto di pezza,  magari ci riesci a ragionare. « In tre minuti di ballo decideranno se siamo buoni o no per stare  negli intermedi. Altrimenti ci sbattono coi principianti. » « Allora facciamo così » niente, hai deciso proprio che ti sto simpatico. « Se il test va bene  rimaniamo in coppia fino a domenica. Sennò gli diciamo di cambiarci. »  « E se non ce lo permettono? »  « Figurati. Con quello che abbiamo pagato. »  La tua proposta, confesso, non è del tutto sballata. Richiedere un cambio di partner in questo  momento topico, a pochi minuti dal provino, potrebbe comportare rischi imprevedibili, sempre  meglio una lillipuziana entusiasta di ballare con me che una di quelle con la cacca sotto il naso  che starebbero tutto il tempo a sbuffare e a guardarsi intorno.  « Va bene, come vuoi tu » isso bandiera bianca. « Se ci mandano coi principianti chiedo il  divorzio. »  Mi dai il cinque, esito, poi ci sovrappongo il mio, un colpetto di circostanza, tanto per non  infierire.  « C'è modo di fare una prova? » a questo punto m’interessa solo limitare i danni. « Insieme  non abbiamo mai ballato. »  « In fondo al corridoio hanno messo una sala per la pratica. Serve apposta per allenarsi. »  « Andiamo, dai » arpiono la tua mano e ti trascino verso l'uscita. « Almeno un paio di tanghi. »    Stiamo per varcare la soglia della Sala Bernini, quando il sibilo distorto di un microfono  squarcia il brusio di sottofondo. Subito dopo una voce metallica.  « Ragazzi, per favore » la voce proviene da una signora coi capelli mogano, in mano tiene una  cartellina celeste su cui, intuisco, sono elencati gli iscritti al corso intermedi. « Lasciamo libero  il centro della sala, così posso presentare i maestri. » Niente, manco una prova. Ci sistemiamo lungo una delle pareti, schiene poggiate al muro,  insieme al resto dei partecipanti.   « Bene » continua la presentatrice. « Invito a entrare gli artisti che vi seguiranno in questi giorni  di lezione, qui al Tango Context. Direttamente da Buenos Aires, due coppie di fama  internazionale. Esteban Cortez ed Evelyn Rivera... » fra gli applausi e le urla estasiate del  pubblico, i due entrano in sala mano nella mano.  « E poi... Mariano Chicho Frumboli e Juana  Sepulveda! »    Questi li conosco, sono fuoriclasse puri, un'ora con loro equivale a sei mesi di lezioni di  gruppo. Peccato che fra poco, al termine del test, ci chiederanno gentilmente di cambiare sala.   La signora aspetta che l'applauso sfumi nel silenzio.  « Vi chiameremo in ordine alfabetico. Quattro coppie alla volta. Ballerete un tango in modo che  i maestri possano valutare il vostro livello. »  Intorno a me vedo teste che dicono di sì, chi sorride, chi s'abbraccia. Io dentro mi sento un  casino tale. Chiamano i primi otto nomi, noi non ci siamo. Le coppie si sistemano ai punti  cardinali dell'anello, parte la musica, s'abbracciano e cominciano a ruotare. Diavolo che bravi,  recitano il manuale a memoria, capitolo per capitolo, ocho, sacada, boleo e volcada, una  poesia intonata coi piedi. E poi tutte le coppie sono equilibrate, sia in altezza che in peso. È  come dico io, Roberta, nel tango il simile balla col simile. Mi volto e cerco il tuo sguardo, ti  prego, lasciamo perdere. Sono disposto a rinunciare al patto, andiamo direttamente ai  principianti, io e te, là ci prenderanno senza nemmeno fare il test. Ma tu sei rapita dalle figure  dei ballerini, quel sorriso spensierato che non vuole abbandonare le tue labbra.   Ci fanno aspettare quattro batterie, poi viene il nostro turno. Quando sento chiamare il mio  nome divento una lastra di ghiaccio, anzi, un iceberg.   « Mi raccomando, dobbiamo essere fluidi, la materia non c'entra, è solo questione di respiro,  riempiamo gli spazi, utilizza il mio asse e io farò lo stesso col tuo, sfruttiamo salti, cadute,  appoggi e spirali, dobbiamo essere una cosa sola, così balleremo in leggerezza, a un certo  punto ti sembrerà di volare, come un astronauta senza la gravità...  »  Tutto questo me lo sussurri in un orecchio nel breve lasso che impieghiamo per raggiungere il  nostro spicchio di pista. Io ti dico di sì, ma non sono sicuro d'aver capito, sei proprio strana.  Però le tue parole mi riportano indietro, al giorno in cui decisi di darmi alla danza. Fu  all’auditorium, mi ci portarono alcuni amici per assistere a uno spettacolo di tango argentino. Il  protagonista faceva impressione, al confronto ne uscivo smilzo pure io, quanto avrà pesato,  boh, più di un quintale e mezzo, forse duecento chili, eppure roteava con la grazia di una  ballerina di carillon.   Io non ce l'ho la disfunzione, sono grasso perché mi piace mangiare, è così da quando sono  nato. Difatti volevo fare l'astronauta, sì, emigrare sulla luna. L'unico posto dove uno scende di  peso pur rimanendo grasso. La stessa cosa che m'hai detto tu qualche secondo fa. Ecco che  inizia il brano, non appena lo riconosco – El cielo en las manos, di Astor Piazzolla – mi sento  attraversare da una scarica di brividi. Le tue braccia m'avvolgono leggere, una mano che  stringe la mia, l'altra che mi circonda la spalla. Per un attimo ho l'impressione di sollevarti da  terra, però no, i tacchi ce l'hai ben piantati nel marmo liscio della Sala Bernini. Parto deciso e  mi scordo del pubblico intorno, il test d'ammissione, il Rome Tango Context. Stiamo sulla luna,  dentro un cratere, io e te da soli, l'uomo cannone e la donna in miniatura, che balliamo tango  senza l'assillo della gravità. O quasi. Ogni volta che prendi quota verso le stelle io ti riporto fra  le mie braccia, basta un lieve impulso. Un tango spaziale, nel senso letterale del termine, i  movimenti fluidi, le figure che s'intrecciano con disinvoltura.   Poi s'interrompe la musica e ricasco di botto nei miei centoventi chili di ciccia. Ho sognato di  ballare sulla luna. Cioè, mentre ballavo qua dentro, in realtà stavo in un altro posto, come  sdoppiato. Torniamo silenziosi verso il nostro pezzetto di parete. Nel tragitto cerco d'incrociare  gli sguardi del pubblico, magari capto qualche segnale. Dentro non ci leggo niente di positivo,  chi sorride, due che sgomitano mentre passiamo, sì, forse l'ho sognato per davvero, quello che  ha visto la gente, invece, è stato lo spettacolo ridicolo di una coppia improbabile.   Attendiamo in silenzio la fine del test, le coppie che si alternano in pista non me le filo più. Un  bidone vuoto, ecco come mi sento, ho ballato una canzone, una sola, e le energie m’hanno  abbandonato.   « E adesso? » mi domandi a un certo punto, nemmeno tu appari convinta.  « Boh... se non ci dicono niente io rimarrei qua. »   Ho appena finito la frase quando scorgo la tizia con la cartellina celeste che avanza verso di  noi. Non mi piace la smorfia che fa, non mi piace proprio, per non parlare dell'indice che ci  punta addosso. Va bene, Roberta, dai, non importa, ce l'abbiamo messa tutta. Ripassare un  po' di fondamentali coi principianti non ci farà male, il tango funziona così, non s'imparano mai  come si deve. E non ti lascerò da sola, prima scherzavo, il Tango Context ce lo smazziamo  insieme fino all'ultimo scampolo di corso, domenica sera. M'hai fatto volare, anche se è durato  tre minuti, per me basta e avanza.  « Voi due! » La fissiamo silenziosi, tu non lo so come ti senti, Roberta, ma io, l'unica funzione vitale di cui  sono cosciente è il battito impazzito del mio cuore. « Siete Mario Fratini e Roberta Marsili, giusto? »  Diciamo di sì con le teste. Lei sfoglia il blocco notes, una leccatina al dito e una pagina, non so  se lo fa apposta, ci mette un'eternità.   « In realtà avremmo un problema » prosegue col suo tono saccente.  Attendiamo senza fiatare.  « Nel senso che, su, alla sala Michelangelo, ci sono due persone senza partner. Un uomo e  una donna. Più o meno corrispondono ai vostri connotati fisici. Tanto per voi non è un problema  se cambiate, no? Ho verificato che non vi siete iscritti in coppia. »  Non ho capito niente.  « Scusi, ma perché alla sala Michelangelo? »  « Come perché » la tipa mi squadra come se fossi un marziano. « Siete stati promossi al corso  avanzati. Complimenti! »  I tuoi occhi mi fissano al colmo dell'euforia, Roberta, lasci passare qualche istante poi mi salti  al collo come una scimmietta. « Ma scusa » ti rimetto per terra, io non mi sento mica così felice. « Sta dicendo che non  balliamo più insieme. »  Ci voltiamo tutt'e due verso la signora.  « Sì » conferma. « Per gli avanzati andate più che bene, l'hanno deciso i maestri. Però ci  sarebbe da fare questo piccolo scambio. Così accontentiamo pure quegli altri due. »  « E se non ci andasse? » domando.  « Nessuno vi obbliga. Se preferite continuare insieme non c'è problema, restate qui agli  intermedi. »  Un lampo d'entusiasmo mi solca le pupille, cerco di rifletterlo su di te ma si stampa su un muro  di calcestruzzo. « Dai » sorridi, ma suona come un rimprovero. « Un'occasione del genere quando ci ricapita.  Agli avanzati impariamo molto di più. E poi non volevi ballare con una della taglia tua? Meglio  di così. » Ma come, Roberta, il tango che vince la materia, quella teoria, come si chiamava, sì, gli opposti  uguali, cominciavo a pensare che fossi atterrata qui da un altro pianeta, poi basta una  promozione e torni a ragionare come il resto del mondo.   « Allora? » la signora aspetta il responso con la punta della biro pronta a tracciare una croce  da una parte o dall'altra.   « Certo che sì! » sei tu che rispondi per tutt'e due. « Andiamo agli avanzati! »  « Bene » smarca la casella. « Sbrigatevi che sopra stanno per iniziare. »   La tipa si volta e fugge via, la seguiamo con lo sguardo mentre s’insinua nella folla, alla ricerca  di altri casi anomali da abbordare.   Torni su di me, mi lanci un'occhiata compassionevole.  « Su, mica te la sarai presa »  la tua mano mi sfiora un avambraccio, rispetto a prima la trovo  ruvida, quasi una raspa. « Siamo nello stesso corso. Ogni sera c'è la milonga, hai voglia tu a  ballare insieme. »  Ti dico di sì, in automatico. « Forza, andiamo » mi prendi per mano ma io non schiodo, prima ero una piuma, adesso  peggio di un macigno.   « Ti dispiace se cominci a salire tu? » lascio filtrare un mezzo sorriso. « Ti raggiungo in un  secondo. » « Come vuoi » mi osservi poco convinta. « Sbrigati, però. »  Giri le spalle e schizzi fuori come una lepre. Faccio scorrere le lancette, t'immagino mentre  divori le scale a due a due, entri nella Sala Michelangelo, gridi a voce alta il tuo nome e  cognome. Il maestro dice di sì e ti presenta il nuovo partner, un tizio piccolino, ben calibrato. Vi  sorridete, qualche battuta di circostanza, poi aspettate che inizi la lezione. Mentre io mi sono  già rimesso in cammino. Verso l'uscita del Jolly Hotel. Racconto tratto dalla raccolta “La donna che ballava (il tango) in senso orario” di Mario Abbati Mario Abbati è nato a Roma nel 1966. Ha pubblicato i saggi “Ipercosmo, la rivoluzione interattiva, dai multimedia alla realtà virtuale”, Eurosma, 1994, e “Manifesto del movimento reticolare”, Musis Roma, 1996. Diversi suoi racconti sono apparsi in antologie cartacee e on-line. marioabb@hotmail.com
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